Due sono le questioni di fondo manifestamente poste in primo piano dalle piattaforme di convocazione dello sciopero dell’11 ottobre. Una è quella del No al Green Pass e l’altra è quella degli obiettivi più classicamente sindacali. Cominciamo dalla questione del Green Pass e partiamo da quell’organizzazione sindacale che, tra quelle che hanno una qualche rilevanza, si presenta come la più avanzata sul terreno delle vertenze e delle lotte. Nel sito nazionale troviamo, nei giorni immediatamente precedenti, il comunicato del SI Cobas: “Contro l’obbligo del green pass, dal 15/10 in vigore per tutti i lavoratori pubblici e privati. L’11/10 sciopero generale”. Questa presa di posizione attesta che non solo il SI Cobas, ma che a maggior ragione tutte le altre principali componenti del sindacalismo alternativo abbiano ritenuto di dover caratterizzare, in termini analoghi, tale sciopero generale. Basterebbe solo questo per evidenziare come, dal punto di vista politico e sindacale, lo sciopero dell’11 ottobre non abbia molto a che fare con uno sciopero sindacale di classe, in quanto, oggettivamente, tale parola d’ordine oggi apre ad un interclassismo in cui, il populismo diviene inevitabilmente predominante ed egemone, con conseguente infiltrazione ideologica qualunquista e fascista.

Da un punto di vista classista si deve sostenere invece che nessuno oggi può rivendicare in alcun modo la possibilità di poter stare nelle fabbriche, nelle scuole, negli ospedali, senza green pass. Analogamente vale per tutti i luoghi aperti al pubblico.

In questo senso è del tutto fuori luogo parlare di discriminazione perché discriminare tra chi da un lato ha effettuato il vaccino o il tampone e, dall’altro, chi pretende di circolare senza poter minimamente garantire la salute e la sicurezza altrui, è assolutamente necessario ed è inoltre pienamente conseguente con un’impostazione classista che, sin dall’inizio, ha lottato contro il minimalismo e il negazionismo, senza con questo arrivare ad appoggiare i lock down burocratico-militari imposti per motivi diversi da quelli della salvaguardia della salute dei cittadini.

Il green pass teoricamente è una misura equilibrata perché da un lato affronta con un certo livello di efficacia, per quanto non ancora sufficiente, la problematica del covid, ponendo dei limiti alla sua diffusione e, dall’altro, dal punto di vista scientifico evita correttamente un obbligo vaccinale decisamente prematuro rispetto ai tempi richiesti da un’adeguata sperimentazione. Tempi che non sono, come spesso si vuol far credere, quelli medi per i nuovi farmaci, ma quelli medi rispetto alle passate esperienze relative al lasso di tempo intercorso tra l’approvazione del vaccino e l’introduzione dell’obbligo.

Il problema è che il green pass se è in qualche modo valido dal punto di vista teorico, non lo è però praticamente perché i tamponi non sono gratuiti, non vengono realmente somministrati davanti ai posti di lavoro, ai centri commerciali, alle stazioni, agli ospedali e in appositi centri capillarmente diffusi sul territorio nazionale, aperti 24 ore su 24. In altri termini, praticamente il green pass è discriminatorio solo perché è classista, ossia consente i tamponi essenzialmente alle classi economicamente privilegiate e libere di poter usufruire degli attuali centri sanitari che li effettuano, tenuto conto dei loro effettivi orari di apertura e della ancora relativa diffusione. L’altro aspetto da considerare è che la scelta tra tamponi e vaccini è giustificabile, sotto il profilo ideologico e politico, solo per motivi di salute. Quindi è inaccettabile tra i lavoratori, i proletari e le masse popolari, qualsiasi altro tipo di giustificazione del rigetto della scelta vaccinale. Si tratta però di un problema di lotta e di definizione all’interno delle masse popolari poiché l’accertamento dell’effettiva sussistenza dei motivi di salute, non può allo stato attuale essere riconosciuto come di esclusiva competenza del servizio sanitario pubblico e privato, il quale a sua volta discrimina su basi classiste e valuta il livello dello “stato di salute” dei lavoratori e delle masse popolari, in funzione delle variazioni dei livelli di flussi di spesa pubblica.  Il tutto quindi rimanda al diritto del lavoratore di ritenere che i vaccini approvati dall’EMA, sulla base di una selezione che non ha nulla di razionale e di scientifico, possano allo stato attuale comportare dei rischi per la propria salute e sicurezza e di richiedere, conseguentemente, la fruibilità gratuita dei tamponi a tutela della propria salute e di quella degli altri lavoratori e, in genere, dei cittadini.

Da tutto ciò consegue che non si può porre astrattamente la parola d’ordine “No al Green Pass”, senza che ciò comporti direttamente e indirettamente delle implicazioni e delle complicità reazionarie. Paradossalmente, la lotta deve essere portata avanti in nome di un’effettiva praticabilità, su basi non classiste, del Green Pass. Di quest’impostazione, l’unica che può rimandare a un’ottica non classista, non c’è però praticamente traccia nello sciopero dell’11 ottobre.

Nelle piattaforme dello sciopero dei vari sindacati alternativi, l’assenza di un’effettiva omogeneità ha praticamente reso il “No al Green Pass”, l’unica parola d’ordine comune e quella, in un certo senso, politicamente di attualità immediata, dato che non è nemmeno casuale che, alla fine, tutte le forze sindacali alternative si siano riunificate in vista della scadenza del 15 ottobre, data dell’entrata in vigore dell’obbligatorietà del Green Pass sul posto di lavoro,  creando così anche, di fatto e non solo ideologicamente, un connubio tra sindacalismo di base e settori no vax.

L’altro dato da considerare è proprio quello del contenuto delle piattaforme sindacali. Anche in questo caso prendiamo il SI Cobas come rappresentativo di quanto formalmente più avanzato è stato in grado di proporre il sindacalismo alternativo nel suo complesso.

Troviamo l’opposizione ai licenziamenti insieme alla riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, e l’abolizione del Job Act e di tutte le norme sul precariato, cosa che fa presupporre anche la richiesta dell’abolizione della Legge Fornero. Troviamo anche la richiesta di forti aumenti salariali, la patrimoniale, la rivendicazione dei diritti per gli immigrati e l’opposizione ai decreti sicurezza con, infine, l’indicazione sintetica della necessità di lottare “per un mondo migliore, contro l’oppressione di genere in ogni sua forma, contro inquinamento, nocività e devastazione ambientale, non per il business della ‘green economy’”!

Qui troviamo dunque alcuni punti effettivamente di attualità, per altro espressi in forma generica e quindi depotenziata.

Il primo è relativo alla lotta contro i licenziamenti, che però va intesa come lotta contro i licenziamenti collettivi, con particolare riferimento alle importanti vertenze operaie in corso, poiché non è difendibile il lavoratore che non vuole vaccinarsi e che, a tutela della propria e altrui salute e sicurezza, non vuole nemmeno rivendicare dalle direzioni aziendali e amministrative e, in genere, dal potere datoriale, il diritto ad usufruire dei tamponi.

Il secondo è relativo all’opposizione ai decreti sicurezza e alla repressione delle lotte, ma anche in questo caso per dare efficacia e concretezza, si sarebbe dovuto collegare queste questioni alla lotta contro la tendenza al fascismo.

Per il resto, si tratta oggi di rivendicazioni in buona parte propagandistiche (forti aumenti salariali, riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario ecc.), quindi sempre valide  e non in grado di per sè di motivare l’indizione di uno sciopero generale che, come tale, è una dichiarazione di guerra ben precisa e rispetto ad obiettivi ben definiti, nel senso che lascia presupporre l’intenzione e l’effettiva possibilità di far seguire allo sciopero generale ulteriori e più rilevanti momenti di contrattazione di conflitto sociale.

Oltre a tali rivendicazioni ne abbiamo però altre puramente velleitarie, ossia del tutto riformiste, ma nel senso peggiore del termine. Questo poiché avanzare rivendicazioni come quella della patrimoniale o di una nuova sanità e un nuovo Stato sociale non classista che, per poter essere attuate, richiedono un potere politico e statale proletario e popolare, è tipico di un riformismo confusionario e demagogico, che concilia le contraddizioni di classe.

Da rilevare infine altre due questioni decisive, la prima è che in questo “sciopero generale” la classe operaia praticamente non viene mai nominata come soggetto decisivo della possibilità di una battaglia sindacale di classe. La seconda è che non viene mai citata la necessità della costruzione di una soggettività politica effettivamente comunista (e noi aggiungiamo marxista, leninista e maoista). L’unica in grado di garantire un’effettiva indipendenza di classe del proletariato, come base necessaria di un’egemonia popolare e come premessa necessaria per un’effettiva lotta sindacale e quindi per effettivi “scioperi generali di classe”.

Associazione lavoratori per la coscienza di classe