Se, come è giusto che sia, mettiamo in primo piano la questione del contenimento della pandemia, il Green pass è una misura che, teoricamente, coniuga con un certo livello di efficacia i vaccini con i tamponi. Il problema è che la possibilità di poter usufruire dei tamponi è fortemente limitata sia dai costi, sia dalla scarsa diffusione dei centri atti alla loro somministrazione.

Oltre ad un’azione educativa volta a favorire l’assunzione dei vaccini, risulta quindi centrale la rivendicazione della gratuità e della diffusione capillare dei tamponi davanti ai posti di lavoro, agli ospedali, ai centri commerciali, alle stazioni, alle scuole (i tamponi andrebbero somministrati anche ai ragazzi al di sotto dei 12 anni) e alle università. Allo stesso tempo, andrebbero aperti allo scopo centri operativi 24 ore su 24 adeguatamente diffusi sul territorio.

Si tratta dunque di coniugare la lotta contro le posizioni No Vax e quelle che sostengono, indipendentemente da tutto, un astratto diritto alla libertà di scelta, con la lotta contro padroni, amministrazioni e governo, per l’effettiva gratuità e fruibilità dei tamponi. Solo quest’impostazione può costituire la base per un’iniziativa capace di prendere le distanze dall’attuale movimento “No Green pass”, svolgendo anche un ruolo mirante alla separazione politica, ideologica e organizzativa del proletariato e delle masse popolari dalle forze populiste reazionarie imperanti in tale movimento, siano esse di destra o di “sinistra”.

Rispetto a questa impostazione va però considerato criticamente chi, all’interno della sinistra rivoluzionaria, porta all’assurdo la questione dell’opposizione al movimento “No Green pass”. Gruppi trotskijsti e non sostengono, da un lato, la necessità dell’immediata approvazione dell’obbligo vaccinale e, dall’altro, il riconoscimento del diritto alla scelta solo per motivi di salute, a patto che siano “adeguatamente certificati dal servizio sanitario.”

Questi gruppi, insieme a rilevanti settori della CGIL, criticano il “Green pass” perché con questo provvedimento il governo eviterebbe di assumersi la responsabilità dell’introduzione dell’obbligo vaccinale. Ovviamente, questo tipo di spiegazione vale assai poco. La misura del Green pass innanzitutto opera su scala europea, ma la sua introduzione a breve è prevista anche negli USA, in Australia, ecc. In primo luogo il Green pass è solo il riflesso del fatto che i vaccini, almeno quelli a mRNA largamente predominanti nell’area occidentale, non sono ancora considerati sufficientemente validi e stabili sotto il profilo scientifico-sanitario (si veda tra l’altro il rigetto dell’approvazione di Moderna per i ragazzi al di sotto dei 12 anni) per l’introduzione dell’obbligo vaccinale. In altri termini, restano aperti una serie di problemi. Rispetto a tali questioni siamo entrati  nel dettaglio in un recente articolo. Qui accenniamo alla nuova ondata della pandemia in Inghilterra, con crescita del numero dei morti nonostante la popolazione risulti vaccinata all’80% e nonostante le previsioni relative alla ripresa della pandemia nei vari paesi europei. D’altronde, necessità di un ulteriore passo in avanti è ovvia, se pensiamo alle esperienze passate relative ad altri vaccini di massa, che hanno richiesto vari anni, dopo la loro approvazione, per poter essere migliorati e ricalibrati sino al punto di poter diventare obbligatori.

È quindi tragicomico vedere come tali gruppi, che invocano l’obbligo vaccinale in nome della validità e dell’indiscutibilità della scienza e in nome della sua gestione sul piano sanitario da parte dei vari Stati imperialisti e legati all’imperialismo, pretendano di presentarsi oggi come gli unici portatori del vero punto di vista scientifico e reclamino subito un obbligo vaccinale, che gli stessi stati imperialisti considerano prematuro. E questo senza contare che tali gruppi sostenevano imperterriti l’obbligo vaccinale già ai tempi in cui, almeno in Italia, era largamente predominante la somministrazione di AstraZeneca. Vaccino che, com’è noto, a causa delle pesanti problematiche emerse, è stato successivamente vietato o messo da parte negli stessi paesi imperialisti oppure regalato a quei paesi che, un tempo, si definivano terzo mondo”. Le indicazioni di tali gruppi volte all’introduzione dell’obbligo vaccinale, ovviamente presentate come rivendicazioni di lotta, sarebbero quindi state, ai tempi di AstraZeneca, ben più arretrate  e irrazionali persino rispetto alle scelte fatte in merito dai governi imperialisti (prima si proponeva AstraZeneca ai giovani perché gli anziani sarebbero stati maggiormente coperti con i vaccini a mRNA; qualche mese dopo, a causa delle problematiche emerse sul piano degli effetti avversi, si disponeva il contrario e, in questo caso, si sarebbe dovuto  somministrare il vaccino a mRNA ai giovani per salvaguardarli, riservando AstraZeneca agli anziani in nome del rapporto tra “costi e benefici”, dilatabile a piacimento. Il tutto si è poi opportunamente indirizzato, con il minimo di clamore e di informazioni per i cittadini, verso i vaccini a mRNA, primo rilevante passo in avanti sulla strada del ritrovamento di un vaccino ottimale, tale da poter essere reso obbligatorio).

L’altra questione è che tali gruppi vogliono limitare la libertà di scelta non semplicemente a quella “per motivi di salute” ma, viceversa, a quella molto più ristretta dei “motivi di salute adeguatamente certificati dal servizio sanitario nazionale”. Questi raggruppamenti ragionano come se i criteri per l’individuazione e la valutazione dell’esistenza dei “motivi di salute” fossero gli stessi per la borghesia come per il proletario, per una società capitalistica come per una società socialista. Ragionano come se tali criteri fossero puramente neutrali e del tutto indipendenti dall’interesse politico ed economico e quindi funzionali a un’effettiva salvaguardia della salute delle masse proletarie e popolari.

È però esperienza comune dei lavoratori riscontrare come la valutazione del proprio grado di salute da parte di medici di base, medici aziendali e, in generale, da parte del sistema sanitario, si scosti in media notevolmente da quella che è la propria percezione dell’ effettivo stato di salute. Quando si viene mandati a casa dai pronto soccorsi a cui ci si rivolge e magari si corre il rischio di morire poco dopo, questo non è dovuto genericamente a malasanità. Viceversa, è l’espressione necessaria di norme e regolamenti che riducono sempre più l’assistenza sanitaria e che fanno magicamente apparire sani anche gli ammalati. Per non parlare poi degli istituti assicurativi, che devono valutare malattie professionali, infortuni e invalidità e che fanno resuscitare anche i morti pur di non dover provvedere a quanto, in via puramente teorica, prescrivono ancora allo stato attuale le norme vigenti.

Certo, tutto questo non vale per le classi privilegiate che, all’opposto, paiono godere sempre di pessima salute e di condizioni lavorative molto stressanti.

Possiamo quindi immaginarci come, di fronte ad un’ipotetica prematura introduzione dell’obbligo vaccinale, il servizio sanitario valuterebbe i “motivi di salute dei lavoratori” e quelli invece delle classi privilegiate: privi di problemi i primi, tutti a rischio i secondi.

Che poi alla borghesia interessi relativamente poco o, spesso, proprio per nulla la salvaguardia della salute dei lavoratori è ben dimostrato, oltre che dalle ricorrenti fasi di “minimizzazione” della dinamica pandemica, anche dagli stessi lockdown burocratico-militari, guarda a caso appoggiati dagli stessi gruppetti che oggi sostengono l’obbligo vaccinale. Si è trattato dell’instaurazione di un regime realmente liberticida, il cui scopo essenziale è stato quello di evitare che la crisi sanitaria raggiungesse un punto di non ritorno, diventando crisi politica e sociale. Tale regime ha sancito comunque che i lavoratori si ammalassero di covid sui posti di lavoro, negli autobus, nelle metropolitane e sui treni per i pendolari. A suo tempo, ha condannato a morte miglia di persone affette da positività, e rinchiuse nelle abitazioni private e quindi suscettibili di trasmettere il Sars-CoV-2 ai propri familiari.

In un certo senso, che alla borghesia e alle classi reazionarie interessi poco della salute delle masse è anche attestato, paradossalmente, dagli stessi Green pass che, come abbiamo visto, sono il riflesso di una sperimentazione ancora in atto, che sconsiglia l’obbligo vaccinale in quanto prematuro, ma che di fatto sancisce tale obbligo  per i lavoratori, mentre garantisce il libero diritto di scelta per le classi privilegiate che hanno risorse sul piano economico, su quello della gestione del tempo libero, su quello del rapporto privilegiato con centri privati autorizzati alla somministrazione dei tamponi, ecc.