Un’adeguata valutazione di quanto è avvenuto sabato 9 ottobre a Roma in occasione della manifestazione No Vax, che ha visto l’assalto alla sede nazionale della CGIL, risulta necessaria ai fini di una corretta impostazione della questione dell’antifascismo. In ultima analisi questo comporta la necessità di riprendere, alla luce di quello che è avvenuto, la teoria proletaria della natura dello Stato borghese, dimenticata o travisata in senso revisionista, operaista e trotskijsta dai ceti dirigenti dei sindacati alternativi, dall’odierna sinistra radicale e dalla questi totalità dei gruppi dell’estrema sinistra.

La difficoltà consiste nel mettere a fuoco la differenza che sussiste tra il ruolo degli schieramenti politici di potere, rappresentati dalle varie forze politiche parlamentari e dai governi da esse espressi, e quello che è invece il potere politico ed economico della classe dominante incentrato sull’egemonia del grande capitale. Essenzialmente, un capitale monopolistico di Stato pubblico e privato intrecciato con il capitale internazionale e inscindibilmente legato agli apparati burocratico-militari portanti dell’odierna macchina statale.

Sino a quando i sistemi parlamentari non si cristallizzano in regimi burocratico-militari, cosa che accade solo come esito dell’effettivo precipitare della crisi sociale e istituzionale, la funzione principale di tali sistemi è essenzialmente quella di garantire alla classe dominante e, in particolare, al grande capitale monopolistico, il massimo del consenso.

Le tornate elettorali servono dunque, sulla base della competizione tra i vari schieramenti politici e grazie ad essa, a ricalibrare continuamente gli assetti relativi all’instaurazione dei governi. Questo in funzione della ricerca e del conseguimento della più ampia egemonia possibile rispetto a quelle che appunto sono le svolte e le direzioni strategiche impresse dal grande capitale.

I problemi relativi al conseguimento di tale consenso sono sostanzialmente due: 1) ottenere su tale piano il maggior sostegno possibile dalla classe operaia e dalle masse popolari; 2) gestire, nel modo più efficace e funzionale a queste stesse scelte e decisioni, la dinamica corporativa e competitiva che si sviluppa tra gli stessi settori della piccola borghesia privilegiata (cosiddetti “ceti medi”) colpita nei propri privilegi dalla crisi generale del capitalismo.

I regimi parlamentari, almeno a partire dalla II guerra mondiale, sono evidentemente soggetti, come le varie forze politiche e sindacali di potere che di volta in volta acquistano presenza e ruolo al loro interno, ad un progressivo logoramento egemonico. I motivi sono immediatamente identificabili. Da un lato, i parlamenti  e i governi di volta in volta in carica devono far ingoiare al proletariato e alle masse popolari misure, leggi e riforme che diminuiscono i loro diritti e peggiorano le loro condizioni di vita e di lavoro, dall’altro non è possibile garantire simultaneamente a tutti i  settori dei “ceti medi” i privilegi a cui essi aspirano.

Ne deriva la necessità, in alcune fasi critiche che richiedono più rapidi ed apparentemente più radicali cambiamenti, di andare a nuove forze politiche reazionarie, siano esse di destra o di “sinistra”, per verificarne la capacità e la tenuta egemonica (si pensi alle oscillazioni tipiche dei regimi parlamentari reazionari dell’America Latina e a come la sinistra nostrana, non certo a caso, faccia mostra di abboccare ad ogni svolta “socialista” e “antimperialista”).

Se non ci fossero questi cambiamenti e queste oscillazioni che presuppongono lotte aspre, che possono arrivare ai limiti dello scontro politico-militare tra i vari schieramenti politici e sociali reazionari, l’esercizio dell’egemonia reazionaria in funzione del grande capitale incontrerebbe ben maggiori difficoltà. Si avrebbe infatti, subito e direttamente, un regime burocratico militare che nel giro di pochi anni, a causa della sua cristallizzazione, diventerebbe profondamente inviso sia alle larghe masse popolari, che a settori dei “ceti medi” penalizzati, minacciando così di trascinare nella propria crisi anche il dominio politico ed economico del grande capitale e con esso l’esistenza dello stesso Stato borghese. A tale proposito, la stessa storia della lotta di classe nel nostro paese mostra come, nel giro di 15-20 anni, il fascismo abbia chiarito le idee al proletariato e alle masse popolari, suscitando una resistenza popolare antifascista che, se ben guidata in una prospettiva di guerra popolare di lunga durata da un partito realmente comunista, sarebbe stata sicuramente vittoriosa, invece di abortire tragicamente, come in effetti ad un certo punto è avvenuto.

Se quindi oggi la crisi generale dell’imperialismo e le necessità strategiche del grande capitale, con lo schiacciamento economico e politico del proletariato alla guerra imperialista, spingono in direzione del fascismo dispiegato, è anche vero che la classe dominante lavora a fondare nel modo migliore possibile questa prospettiva cercando  di  costruire intorno ad essa il più vasto consenso sociale e mettendo alla prova i diversi schieramenti politici reazionari rispetto alla loro capacità di garantire, nel modo più soddisfacente, tale esito.

Oggi è per esempio palese che in tale direzione si muovono entrambi gli schieramenti di potere, che per altro nel governo Draghi trovano una loro parziale sintesi prefiguratrice di un futuro partito unico di potere e di governo. Mentre da un lato forze come il PD, insieme al residuale M5S e ai sindacati confederali con la CGIL in prima linea, puntano su una transizione più molecolare incentrata sui processi di corporativizzazione reazionaria dello Stato ben rappresentati dallo stesso Draghi e ben simboleggiati, a suo tempo, dalla promozione e dagli esiti del referendum costituzionale del settembre 2020, dall’altro, le forze fascio-populiste mirano a uno sbocco apertamente fascista, da conseguire in tempi più rapidi e con un significativo depotenziamento e disciplinamento dello schieramento politico avversario.

Pensare che il capitale monopolistico di Stato e i poteri centrali della macchina burocratica ossia l’oligarchia economica e politica effettivamente dominante leghi i propri interessi e i propri destini a uno schieramento piuttosto che ad un altro, o ad un governo in particolare, non esprime altro che la miopia politica del movimentismo e del riformismo dell’attuale “estrema sinistra”, la quale in realtà in gran parte non è altro che l’ala sinistra della società civile reazionaria borghese.

Il grande capitale oligarchico, invece di legarsi ad un determinato schieramento politico di potere, opera affinché dalla sua concreta operatività a partire ovviamente dalla prassi di governo, e dalla sua anche aspra competizione con gli altri schieramenti, emerga una risultante che gli consenta di perseguire i propri obiettivi strategici anticipando e contrastando la tendenza alla rivoluzione popolare oggettivamente insita nella crisi generale dell’imperialismo. Tendenza però ostacolata in tutti i modi dalla borghesia e dai suoi servi ed agenti riformisti e revisionisti, nella sua effettiva rappresentazione e rappresentabilità soggettiva politica ed ideologica.

L’operato del capitale monopolistico di Stato in Italia, ai tempi di “mani pulite”, è un brillante esempio di come l’oligarchia dominante abbia preso direttamente in mano la situazione e abbia operato per liquidare sia il principale partito di potere sia il suo più stretto alleato. Questo da un lato, senza però supportare direttamente l’ipotesi di un partito unico, premessa per la cristallizzazione di un regime burocratico-militare e, dall’altro, senza aprire il minimo spiraglio a una qualche controtendenza popolare, che pure maturava oggettivamente nell’allora crescente crisi economica, sociale e istituzionale. Anzi, anticipandola e, in qualche modo, neutralizzandola o anche gestendola in senso regressivo. Questo con l’ovvio obiettivo di spalancare le porte alla nascita di forze politiche ancora più apertamente reazionarie (si pensi all’iniziale rapidissima ascesa di Forza Italia e alla progressiva avanzata della Lega o, su un fronte formalmente diverso, all’“Italia dei Valori” e, successivamente, al M5S) in grado di imprimere un ulteriore generale spostamento a destra.

Dunque il grande capitale, nell’accentuarsi della crisi dell’imperialismo e della tendenza alla guerra, mentre da un lato cerca di imporre governi che siano efficienti e sufficientemente stabili, dall’altro pone al centro il problema di anticipare la rivoluzione popolare mirando così a dare uno sbocco “radicale” ed “eversivo”, apparentemente persino rivoluzionario”, alla dilagante crisi egemonica, alla crescente sfiducia nelle decrepite istituzioni repubblicane e alla confusa opposizione di massa ai governi in carica, oggi, in primo luogo, al governo Draghi.

Questo spiega come possa e come  debba necessariamente accadere che, mentre l’oligarchia da un lato impone governi sempre più reazionari e, nei contenuti, effettivamente antioperai e antipolari, dall’altro promuove e sostiene anche l’opposizione  fascio-populista ad essi, come unica strada per convogliare il malcontento e impedire che emerga un’iniziativa indipendente del proletariato, capace di esercitare un’egemonia progressiva sugli strati più sfruttati e oppressi della piccola borghesia.

In questo quadro, come ben evidenziato dallo sciopero generale dell’11 ottobre con il relativo ampio connubio tra sindacalismo alternativo e No Vax, le forze riformiste e movimentiste, i populisti e i sovranisti di sinistra, i revisionisti trotskijsti e pseudo marxisti-leninisti operano in paradossale sintonia con tale impostazione, lavorando per impedire l’emergere di una coscienza di classe e la costruzione di una soggettività politica effettivamente proletaria.

Gli schieramenti politici ed economici relativi alle varie forze politiche di potere, che competono e “combattono” per affermare la propria supremazia, non sono affatto dunque, come invece vogliono far credere riformisti, revisionisti e sindacalisti vari, la rappresentazione politica della classe borghese intesa come classe sociale dominante sotto il profilo economico, ma sono semplicemente una classe politica che svolge in modo servile, con un elevato tasso di competitività interna, una funzione specifica relativa alla costruzione dell’egemonia ossia del consenso.

Questo spiega dunque come l’oligarchia economica, politica e burocratico-militare dominante incentrata sul  grande capitale e sul capitalismo monopolistico pubblico e privato di Stato, mentre da un lato può sostenere e, in un certo senso anche spremere (si vedano le conseguenze nel caso del M5S) forze come il PD, i sindacati confederali e quindi la stessa CGIL, allontanando da esse sempre di più il sostegno delle masse popolari, dall’altro può e deve spianare la strada al fascio-populismo e lasciare piena libertà di manovra ai No Vax e alle bande fasciste sino a permettere loro di attaccare e devastare la sede della CGIL e, quindi, di offendere e umiliare quello che, di fatto, è ancora il più grande sindacato italiano in cui si riconoscono maggiormente i proletari e gli operai.

Diventa quindi evidente come l’unico antifascismo possibile è quello che lotta contro l’oligarchia dominante e che si oppone non solo ai fascio-leghisti, ma anche ai sostenitori della corporativizzazione dello Stato, collegando così l’opposizione al fascismo alla necessità di una nuova resistenza.

Agli operai tesserati della FIOM-CGIL bisogna quindi chiarire che la lotta contro il fascismo è incompatibile con le leggi, le misure e le ‘riforme’ politiche ed economiche antioperaie e liberticide, che giustamente alienano i lavoratori dal sindacalismo confederale e dal PD. Ma va anche chiarito che la mancanza della costruzione di una forza politica realmente comunista guidata da una corretta ideologia e linea marxista-leninista e maoista, fa sì che oggi le masse popolari, disilluse e quindi ciniche e protese in senso individualista ed antisociale, diventino facile preda della falsa opposizione al governo in carica, montata dal movimentismo eversivo fascio-leghista e No Vax. È in questo senso quindi che la lotta contro il fascismo va collegata ad un programma di rivendicazioni di fondo in difesa degli interessi economici e politici vitali delle masse popolari che, per essere attuato, necessita di un processo costituente per un nuovo Stato democratico popolare e antifascista, capace di aprire la strada per il socialismo.