Il 27 ottobre il papa Bergoglio (nato a Buenos Aires nel 1936) ha incontrato i rappresentanti dei “giovani comunisti” del PRC. La richiesta di udienza era stata inoltrata dal partito nei mesi precedenti, in seguito all’organizzazione di due giornate di dibattito tenutesi sotto il motto “Costruiamo il presente”. La Repubblica del 29 ottobre commentava in questo modo l’avvenimento: “del resto le affinità di pensiero tra il messaggio sociale di Jorge Mario Bergoglio e le critiche al modello capitalistico della sinistra radicale sono cosa nota”. Lo stesso quotidiano riportava poi le dichiarazioni degli esponenti del PRC “lo abbiamo ringraziato per le sue parole nette sul salario minimo mondiale e sulla riduzione dell’orario di lavoro. Gli abbiamo raccontato che nel nostro piccolo siamo impegnati nel mutualismo e nella lotta allo sfruttamento” … “Al netto delle contraddizioni che ha un’istituzione come la Chiesa, oggi per noi è impossibile non apprezzare la radicalità di Francesco nel mettere in discussione, nel rivelare le ingiustizie e le iniquità, del sistema economico”. Soddisfatto l’appena rieletto segretario del Prc Maurizio Acerbo: “Questo incontro è stata una bellissima sorpresa, al congresso di qualche giorno fa avevo citato il Papa e lo avevo ringraziato per aver riaccolto il nostro compagno Eugenio Melandri (prete che fu eletto eurodeputato di Democrazia proletaria nel 1989 e perciò sospeso a divinis, reintegrato da Francesco poco prima della sua morte, ndr). Il paradosso del tempo presente è che in Parlamento non c’è nessuno che la pensa come noi, fuori lo fa il Papa quando parla di riduzione dell’orario di lavoro e una politica di disarmo”.

Bergoglio è stato eletto papa nel 2013 dopo una prolungata carriera come arcivescovo di Buenos Aires e come presidente della CEA (conferenza episcopale argentina).

L’elezione di Bergoglio aveva sollevato aspre critiche negli ambienti progressivi e democratici dell’Argentina e dell’America Latina, che denunciavano come il nuovo papa provenisse dalle gerarchie legate alla destra fascista. In particolare, contestavano al Papa di essere stato legato, allora già quarantenne, all’organizzazione cospirativa peronista e nazi-fascista “Guardia de Hierro” ed alla giunta militare golpista che, nel 1976, provvedeva all’instaurazione del governo Videla.  Anche le sue posizioni apertamente omofobe e maschiliste (nel 2007 aveva sconsigliato l’elezione di una candidata, affermando che le donne non sono in grado di occuparsi di politica) avevano contribuito alle manifestazioni di protesta.

Bergoglio, in quanto principale rappresentante della componente dei gesuiti egemone nella chiesa argentina, si è trovato più volte a doversi confrontare con il problema dell’elaborazione di una dottrina e quindi di una linea capace di rispondere, ponendosi al servizio della classe dominante reazionaria e del suo Stato, a differenti situazioni tutte segnate da una profonda crisi politica, economica e ideologico-morale.

 

Il tentativo di risolvere con i colpi di stato, le torture e i desaparecidos quelle contraddizioni fondamentali della società argentina che hanno le loro radici più profonde nei rapporti di subordinazione all’imperialismo, al capitalismo burocratico e alla grande proprietà fondiaria precapitalistica, non poteva ovviamente protrarsi troppo nel tempo.

 

Come mostra l’esperienza di vari paesi dell’America Latina, il ruolo dei golpe militari consente, in determinate circostante e in condizioni di assenza o di inadeguatezza della soggettività proletaria rivoluzionaria, di prendere fiato e di conquistare tempo. Dopo però, minaccia di suscitare, a sua volta, una reazione potenzialmente pericolosa per le sorti dello Stato conservatore. Di conseguenza, diviene necessario pilotare un ricambio formale della classe dirigente, una nuova rivoluzione passiva differente da quella precedente, caratterizzata dall’instaurazione della dittatura militare, ma con finalità non così dissimili.

 

Ben insegnava Gramsci che le rivoluzioni passive, siano esse il populismo, i golpe e il fascismo, oppure siano i regimi “liberali” e “socialdemocratici”, servono a “ristrutturare” e quindi a “rinforzare” lo Stato. Ma nulla possono fare contro un processo rivoluzionario diretto da un effettivo partito comunista che guida coerentemente la lotta di classe. In assenza però di un tale partito, le rivoluzioni passive possono vincere, almeno per un certo periodo, ed essere in grado di prevenire e ostacolare la tendenza alla rivoluzione proletaria e popolare.

 

Così Bergoglio si è trovato prima a sostenere l’opzione peronista populista-golpista, poi ad affrontare la crisi creata dallo stesso governo Videla che, appunto, ha minacciato di travolgere la stessa cricca gesuitica e, quindi, a dover indicare la linea della chiesa per la gestione di una sorta di crisi perenne, economico-istituzionale, che ha attanagliato e continua ad attanagliare l’Argentina.

 

Dopo aver occupato ruoli di secondo piano a seguito della crisi egemonica insorta in seguito alla dittatura fascista, Bergoglio venne eletto per la prima volta nel 1997 membro della CEA. La dottrina di cui si faceva portatore in modo sempre più sofisticato è quella di una “società comunitaria” presentata anche come “società del bene comune”. Questa dottrina veniva messa alla prova e sviluppata ulteriormente in chiave romantico anticapitalista, populista e nazionalista, in seguito all’erompere della crisi economico-finanziaria. 

 

In questo quadro la parola d’ordine della chiesa gesuitica argentina diventava quella del compromesso politico-sociale per la “salvezza e la restaurazione della nazione”: “Un anno e tre mesi dopo essere stato eletto arcivescovo  di Buenos Aires [intorno al 1999, n.d.r], il già cardinale Bergoglio nella sua città metropolitana di Buenos Aires davanti all’allora presidente Dr. Carlos Saul Ménem e del capo di governo della Città di Buenos Aires e futuro presidente, Fernando de la Rúa, incitava il popolo argentino con queste parole: «Argentina, alzati!» . Il suo grido era una chiamata dal vangelo a “rifondare il legame sociale e politico tra gli argentini”. Chiamata tradottasi, una volta iniziata la crisi del corralito[i] del 2001, in un dialogo comunitario tra la Chiesa argentina ed altri agenti sociali [sindacati collaborazionisti, ong ed associazioni no profit ecc. n.d.r]” [J.M. BERGOGLIO, HTD,n. 1, Buenos Aires, link citato nella terza nota a fine testo].

Tale parola d’ordine era puntualmente accompagnata e sorretta da un’aperta fustigazione dei politici inefficienti e delle istituzioni corrotte: Si trattava di restituire al cittadino la sua dimensione politica. Se si voleva che questa fosse effettiva, bisognava darle una dimensione reale, il carattere di una missione.” Dirà a tale riguardo che “il grande debito che pesa sugli argentini è un debito sociale”. Con queste parole denunciava la corruzione, l’impunità, la crisi delle istituzioni e della politica. Insomma, a suo parere, la politica doveva essere «riabilitata» e vissuta come una vera vocazione quasi sacra, la cui finalità non era altro che quella di rendere possibile la crescita del bene comune; creando e, allo stesso tempo, fecondando la società” [J. M. BERGOGLIO, HTD, n. 1-2, BuenosAires, 25 de mayo de 2001, link citato].

 

Innalzando la bandiera del populismo, la chiesa argentina si apprestava a dare corpo e respiro alla prospettiva della “società comunitaria”, presentata come capace di pacificare i conflitti politici e sociali e di mitigare le iniquità e le diseguaglianze del capitalismo attraverso una gestione responsabile. Questo con un ruolo di primo piano della chiesa.

La sostanza corporativa di tale prospettiva, volta a conciliare e prevenire la lotta di classe, si evidenziava bene in quegli anni nelle ripetute dichiarazioni e negli appelli di Bergoglio: “Il cardinale Bergoglio sosteneva che tutti gli argentini erano chiamati alla costruzione di un «nuovo progetto per il paese»; un progetto che richiedeva la collaborazione di «tutti», che doveva andare dall’istruzione alla religione, dal sociale al “politico”- nel senso più pieno di quest’ultima  parola come costruzione della comunità. Un progetto che chiamava al «dialogo sociale», necessario e imprescindibile nel momento in cui si trattava di restaurare la società e di rivendicare la politica come una delle forme più alte della carità” [Cf. J. M. BERGOGLIO, “El rostro idólatra de la economía especulativa”, entrevista del periodista Gianni Valente encRevista 30 Giorni” gennaio 2002, link citato]. Analogamente, nel 2002 Bergoglio ribadiva il suo progetto di “restaurazione nazionale” in questi termini: “Di fronte alla frammentazione è necessario promuovere il dialogo, la riconciliazione e l’amicizia sociale” [CEA, La Nación que queremos, n. 6 Buenos Aires, 28 de septiembre de 2002, link citato].

 

La critica populista coniugata con un progetto di società corporativa assumeva in Bergoglio anche la veste pseudofilosofica della costruzione di un’identità mitica del “popolo argentino. Un tentativo che peraltro cercava di attualizzare, riprendendolo quasi alla lettera, il mito reazionario dell’“Essere” proposto dal filosofo nazista Heidegger[ii]: “Siamo un popolo con vocazione di grandezza. Una libertà, infine, che finisce per illuminare ciò che significa “essere popolo”. Non tanto come categoria logica, ma come categoria mistica”. Popolo più di una parola è una «chiamata», una “convocazione” a uscire dai confini ristretti dell’individualismo, per entrare e partecipare ad un progetto comune; un progetto di vita e storia. In questo modo essere popolo implica una geografia e una storia; una decisione e un destino”. [J. M. BERGOGLIO, MCE, II, n. 1-2, Buenos Aires, 27 de abril de 2006, link citato].

 

In quegli anni il populismo corporativo e il nazionalismo si fondevano sempre conseguentemente nei suoi discorsi. In un intervento del 2007 sosteneva: “A noi dirigenti spetta in primo luogo testimoniare. Non possiamo indicare a dei ragazzi il grande orizzonte della nostra Patria, quello che hanno ricevuto e quello che devono saper progettare, se usiamo la nostra direzione per affermare le nostre ambizioni personali, per mettere in atto la nostra arrampicata quotidiana, per i nostri meschini interessi, per rimpinguare la nostra cassa o per raccomandare amici che ci sostengano. Ci chiedono un altro tipo di testimonianza”[iii]

Qualche anno dopo ribadiva ancora il concetto della necessità della restaurazione nazionale: “i membri del CEA insistono nella considerazione per cui urge un umile esame di coscienza da parte di ogni cittadino e di tutte le istituzioni della Patria, da cui potranno derivare quegli stati d’animo e quegli atteggiamenti necessari affinché tutti gli argentini partecipino alla restaurazione della Nazione” [CEA, Declaración del Episcopado: La Patria es un don, la Nación una tarea, 155ª Comisión Permanente, Buenos Aires, 10 de marzo de 2010, link citato].

 

Bergoglio dunque elaborerà, nel corso degli anni, una dottrina e una corrispondente linea politico-ideologica che riuscirà a combinare, in chiave romantico-anticapitalistica, la rivendicazione della solidarietà e della giustizia sociale con la demagogia populista contro i potenti e con l’ideale di grandezza della patria e della riscoperta dell’identità nazionale. Il tutto nel quadro del progetto di una società corporativa fortemente antidemocratica e radicalmente connotata in senso religioso, sia sul piano “etico-culturale”, che su quello politico relativo al ruolo della chiesa (dove le lotte contro i diritti delle donne diventano uno dei principali cavalli di troia per accentuare la propria presenza nelle istituzioni). Una società quella del papa, dei gesuiti dello Stato del Vaticano e della chiesa cattolica, che vorrebbe presentarsi come capace di rispondere, su base caritatevole e paternalistica, all’urgenza della soddisfazione di elementari esigenze materiali di strati sociali impoveriti; si pensi alla polemica di Bergoglio contro le diseguaglianze sociali, le speculazioni del capitale bancario e le privatizzazioni, oppure a parole d’ordine come quelle della riduzione dell’orario di lavoro.

 

Proprio quest’impostazione e questa filosofia diventeranno la carta vincente per la sua elezione a papa, a testimonianza di come la chiesa cattolica sia pienamente al servizio delle direttrici strategiche del grande capitale internazionale e “nazionale”, che oggi ritiene centrale, nell’acutizzarsi della crisi generale del capitalismo e nello sviluppo della tendenza alla guerra imperialista, la lotta per prevenire e anticipare la tendenza alla rivoluzione mondiale. Questo tramite una crescente ‘corporativizzazione’ dello Stato e una nuova rivoluzione passiva di carattere fascista, ma capace di presentarsi come risposta innovativa, “comunitaria” e “progressiva” alla crisi dilagante sul piano economico, istituzionale e ideologico-morale, e alla frammentazione individualistica.

 

I residui del PRC hanno dunque richiesto e ottenuto udienza dal papa. Il signor Acerbo, segretario di tale raggruppamento, sprizza allegria da tutti i pori per tale riconoscimento. Si tratta dell’ennesimo episodio della decomposizione riformista e populista della sinistra radicale.  

Una sinistra che non è mai stata realmente anticapitalistica perché non è mai stata effettivamente socialista e comunista. Una sinistra che, all’epoca della formazione di Rifondazione, proveniva da pezzi della sinistra del PCI e da alcuni gruppi revisionisti, trotskijsti e operaisti attivi negli anni Settanta. Tutte forze in ultima analisi antioperaie e antipopolari, che si sono sempre variamente opposte alla necessità della costruzione di un partito del proletariato capace di condurre un processo rivoluzionario per l’instaurazione di un Nuovo Stato popolare ad egemonia proletaria sulla via del socialismo.

L’anticapitalismo romantico di Bergoglio, accompagnato dalla critica populista dei potenti, dei politici e degli speculatori e dalla rivendicazione di una società più “solidale”, “caritatevole” e “umana” ha trovato quindi un’accoglienza più che favorevole nei gruppi della sinistra radicale, insieme ad una sostanziale neutralità in vasti settori dell’estrema sinistra, che si limitano a registrare acriticamente le innumerevoli uscite del papa, apparentemente controcorrente, sulla solidarietà, l’immigrazione, il lavoro e la pace.

Nessuna di tali forze si è posta, né probabilmente poteva porsi, data la base politico-ideologica di partenza, il problema dell’effettiva natura di classe dell’anticapitalismo di Bergoglio e il vero significato politico del suo progetto di società “comunitaria” velato dalla rivendicazione della carità e della solidarietà verso i lavoratori, i poveri e gli immigrati.

Nessuna di tali forze si è posta quindi il problema di tentare di afferrare la vera continuità di pensiero e di prassi politica del papa gesuita, nel corso di tanti decenni.

La devastazione, determinata a sinistra dal revisionismo prima e dalla sua ulteriore decomposizione poi, ha spalancato porte e finestre alla confusione tra cultura di sinistra e cultura di destra, tanto che l’anticapitalismo e il corporativismo di matrice “socialista-nazionalista” vengono tranquillamente assunti, da un lato, come effettiva opposizione al capitalismo e, dall’altro, come richiesta di una reale “giustizia sociale”.

Analogamente la “solidarietà sociale”, che rimanda ad una pretesa di reciproca “solidarietà” tra sfruttati e sfruttatori, oppressi e oppressori, viene altrettanto spacciata per un richiamo alla necessità della solidarietà di classe.

In quanto poi alla questione degli ‘immigrati’, c’è una bella differenza tra chi, con le politiche sociali istituzionali, gli enti religiosi e il terzo settore, ha tutto l’interesse a promuovere cricche privilegiate e corrotte all’interno delle diverse nazionalità di provenienza della popolazione extracomunitaria, al fine di una gestione ricattatoria e differenziata su base religiosa e nazionalistica dei lavoratori immigrati e chi, viceversa, a tutto questo oppone, smascherando insieme la chiesa e le ONG, una battaglia per l’unità di  classe e per una comune presa di coscienza della necessità di sviluppare la rivoluzione nei diversi paesi del mondo,.

Anche in quest’ultimo caso, troviamo che il punto di vista del papa gesuita e quello della sinistra radicale, notoriamente legata alle ong e al no profit, alle cooperative e alle varie cricche sindacali reazionarie, ecc., tendono effettivamente a confondersi e sovrapporsi.

 

Gli apprezzamenti della sinistra radicale nei confronti dell’attuale papa gesuita non rappresentano quindi una manifestazione di ingenuità politica oppure un semplice tentativo volto ad accrescere il proprio consenso all’ombra del “benevolo” accoglimento riscontrato nelle più alte gerarchie della chiesa, ma un’effettiva collusione ideologica e politica.

 

Considerato che la scuola gesuitica argentina è stata capace di produrre una sofisticata forma di rosso-brunismo e di populismo nazionalista e solidale indiscutibilmente orientato a destra nei suoi fondamenti ideologici e culturali, questo la dice lunga sulla strada intrapresa dal populismo e dal sovranismo di sinistra, imperanti nella sinistra radicale e in altri settori dell’estrema sinistra, e su chi evita di denunciare e smascherare queste forze e queste oggettive convergenze.

 

 

[i] La crisi del “corralito” è la denominazione assunta dalle misure imposte dal governo di Fernando de la Rúa il 3 dicembre 2001, consistenti nella restrizione della libera disponibilità di denaro per i pagamenti a rate e per i prelievi dai conti correnti. Tale manovra è stata definita come un’operazione di salvataggio e si è protratta per quasi un anno, quando è stato ufficialmente annunciato il 2 dicembre 2002 lo svincolo dei depositi congelati. L’obiettivo di tali restrizioni era quello di impedire l’uscita di denaro dal sistema bancario, al fine di evitarne la bancarotta. La stessa manovra contribuì a una situazione di crisi governativa e di dissoluzione istituzionale, con una crescente instabilità sociale e politica protrattasi ulteriormente nei decenni successivi.

 

[ii] La lettura della categoria dell’“Essere” di Heidegger come espressione del tentativo di costruire il mito reazionario del “popolo tedesco” è ben documentata nel noto libro di Emmanuel Faye, pubblicato in Francia nel 2005 e in Italia nel 2012, intitolato “Heidegger: L’introduzione del nazismo nella filosofia” (L’Asino d’oro). La pubblicazione alcuni anni fa dei “Quaderni neri”, dove Heidegger esplicitava maggiormente le tesi politiche insite nelle sue concezioni filosofiche, ha confermato ulteriormente la validità di una tale interpretazione.

[iii] J. M. BERGOGLIO, MCE, Buenos Aires, 14 de abril de 2010 https://revistas.comillas.edu/index.php/razonyfe/article/ view/10018/9417