Il sito “Linea maoista” propone un punto di vista probabilmente controcorrente nell’ambito della sinistra radicale, dell’estrema sinistra e dei movimenti rispetto alla questione del Green Pass e a quella dell’obbligo vaccinale. Afferma che mentre l’ipotesi dell’obbligo vaccinale risulta allo stato attuale prematura, la formula del Green Pass invece, dal punto di vista teorico è condivisibile perché adeguata all’attuale situazione pandemica. Se oggi ci fosse uno Stato socialista sarebbe necessario imporre eventualmente con la repressione proletaria questo provvedimento e renderlo concretamente e pienamente realizzabile. Non così invece la rivendicazione dell’obbligo vaccinale che, se fatta propria dal proletariato, si tradurrebbe oggi in uno svilimento della necessità dell’indipendenza ideologica e politica di classe e in una linea riformista e conciliatoria.

 

Quali sono le caratteristiche dell’attuale situazione?

  • I vaccini vengono approvati dall’EMA. Quest’agenzia ha ritenuto di poter discriminare tra i vaccini a disposizione, in nome della necessità di una valutazione più approfondita del grado di sicurezza del vaccino russo, e di quelli cinesi, mentre non ha ancora nemmeno preso in considerazione la possibilità di una valutazione di quelli cubani. La necessità di una valutazione più approfondita che l’EMA rivendica per tali vaccini si può, evidentemente, con uguale diritto, far valere anche nei confronti di quelli approvati dall’EMA. Quindi se l’EMA ritiene possibile, in nome dell’attuale scienza medica e farmacologica, mettere in dubbio l’assenza di rilevanti effetti collaterali e l’effettiva efficacia degli altri vaccini, non si vede perché in nome di questa stessa scienza non si potrebbe fare altrettanto con i vaccini, per es., a mRNA.
  • I vaccini a mRNA non sono mai stati sperimentati in precedenza sul piano vaccinale. In questo si differenziano, per esempio, da vaccini come quelli cubani caratterizzati da metodologie tradizionali e, quindi, ampiamente sperimentate. Non è un caso che tali vaccini non abbiano sino ad ora presentato, a differenza di quelli a mRNA, reazioni avverse differenti da quelle consuete. Inoltre sono stati subito somministrati con pieno successo ai bambini, la cui vaccinazione di massa, a Cuba è un prerequisito per la riapertura anche delle scuole di primo grado.
  • I vaccini approvati dall’EMA, a differenza di quello che si ritiene normalmente, non sono, diversamente per es. da quelli cubani, esclusivamente selettivi, ma svolgono anche un ruolo di stimolo, non ancora pienamente identificato, rispetto ad altre componenti del sistema immunitario, cosa che per determinate patologie e tipologie di “fragilità”, potrebbe ipoteticamente risultare fortemente problematico.
  • La sperimentazione per i “fragili” è stata iniziata da Pfizer solo a metà dell’aprile scorso e quindi, presumibilmente, dato che successivamente sull’andamento della sperimentazione è calato il silenzio, non è ancora approdata alla terza fase. Ciononostante, ci si sta indirizzando in vari paesi occidentali a livello istituzionale e governativo verso la somministrazione della terza dose proprio a tali categorie.
  • Autorevoli studi scientifici (vedi The Lancet) hanno anche recentemente messo in discussione l’utilità e l’efficacia della terza dose.
  • Nei vaccini a mRNA, il meccanismo relativo all’attivazione della memoria immunitaria è ancora in parte ignoto, per cui non si sa quanto può durare la copertura vaccinale alternativa a quella indicata dal livello degli anticorpi. Cosa che, comunque, indica come non si sia ancora in grado di inquadrare adeguatamente gli effetti dei vaccini a mRNA, al fine di poterli calibrare efficacemente, con il relativo rischio che un’inadeguata calibratura va inevitabilmente a comportare, in particolare per i portatori di patologie (soprattutto cardiopatie) e in generale per le fasce “fragili” della popolazione. Basti ricordare come si sia lungamente dibattuto, senza arrivare a una conclusione definitiva, circa l’opportunità o meno, in termini di rischi supplementari per la salute, della somministrazione ripetuta della medesima tipologia di vaccino per più anni di seguito.
  • Un aspetto essenziale per un’adeguata ricalibrazione dei vaccini è relativo all’identificazione dei nessi causali tra la loro somministrazione e gli esiti avversi, poiché solo quest’individuazione può risultare avere un’efficacia predittiva rispetto a un possibile subentro di esiti avversi anche nel medio e lungo periodo; questi nessi sono ancora in gran parte sotto osservazione. Anche rispetto a questo siamo tutt’ora lontani dall’avere un quadro preciso della situazione.
  • Gli esiti avversi per di più vengono riconosciuti come tali e quindi conformemente classificati solo quando si evidenzia una relazione causale con l’avvenuta somministrazione dei vaccini. Cosa che risulta inevitabilmente paradossale, nel momento in cui ci si richiama alla qualità e alla quantità di tali esiti per supportare la tesi della validità e dell’efficacia della somministrazione vaccinale. Risulta infatti evidente che in una fase in cui il prodotto vaccinale è ancora ben lungi dal risultare adeguatamente “stabilizzato” e quindi effettivamente intelligibile rispetto al carattere e alla natura degli effetti avversi, è priva di effettiva rilevanza la limitazione del riconoscimento di tali effetti ai soli casi già identificati. La storia della somministrazione del vaccino AstraZeneca ha attestato come, rispetto a ben due tipologie di effetti ad esito potenzialmente infausto, entrambe connesse ai processi trombotici, si sia individuato e riconosciuto un nesso causale solo a rilevante distanza di tempo dagli inizi della sua massiva somministrazione.

Se consideriamo l’esperienza delle precedenti vaccinazioni di massa, i principali vaccini sino ad oggi obbligatori (ad essi si richiamano gli attuali sostenitori dell’obbligo vaccinale impropriamente, in quanto proprio la loro storia attesta l’inopportunità di tale obbligo) sono sempre stati l’esito di un lungo periodo di verifica, nel corso del quale sono a volte intervenute rilevanti modificazioni. Si pensi all’antipolio introdotto nel 1954 e modificato poi in corso d’opera sino all’obbligatorietà sancita nel 1966.

  • È la prima volta che il livello esacerbato di competizione tra gli stati e gli schieramenti imperialisti, indicativo di un’accentuata tendenza alla guerra inter-imperialista, preclude una sostanziale cooperazione internazionale nella produzione dei vaccini, questo ovviamente a danno della possibilità di una loro più sperimentata, efficace, sicura e celere gestione; nemmeno durante la cosiddetta guerra fredda tale cooperazione, mirante al conseguimento di un prodotto vaccinale omogeneo su scala internazionale, era infatti mai venuta meno.
  • Oggi anche i vaccini a mRNA sono, insieme agli altri vaccini, un significativo passo avanti, ma non ancora, evidentemente, un’effettiva soluzione. Si parla in prospettiva di una terza dose per tutti, ma già si accenna alla necessità di una quarta dose. D’altronde, sino a quando si ritiene di poter fare affidamento solo sulla considerazione degli anticorpi, risulta evidente che il loro livello decresce in modo significativo nel corso dei mesi, lasciando intravedere una copertura sempre più limitata, con conseguente necessità di nuove tornate di somministrazione vaccinale e con conseguente ipotetica moltiplicazione dei possibili rischi ed effetti avversi.
  • Questo senza contare il fatto che c’è una certa probabilità che, come avvenuto in questi mesi, possano intervenire nuove varianti, eventualmente in grado di “bucare” i vaccini a mRNA, riportando tutto al punto di partenza.
  • Ovviamente, il quadro è comunque particolarmente appesantito dall’accentuazione delle contraddizioni interimperialistiche e dal precipitare della crisi generale del capitalismo, con conseguente accresciuto squilibrio su scala planetaria tra i paesi che possono oggi garantire una sufficiente copertura vaccinale e quelli oppressi e devastati dall’imperialismo, dove non si può a volte nemmeno parlare dell’esistenza di strutture sanitarie capaci di diventare operative su tale piano. La conseguenza è che l’oppressione dell’imperialismo tende a generare anche una maggiore durata della pandemia e così ad accrescere il grado di probabilità relativo alla comparsa di varianti più letali.

 

Tutto questo, almeno nei paesi imperialisti occidentali che hanno praticamente limitato i vaccini a quelli a mRNA, dopo il sostanziale fallimento di AstraZeneca, pone fuori gioco allo stato attuale la legittimità dell’obbligo vaccinale e giustifica, dal punto di vista di un elementare approccio democratico, il diritto di scelta per esigenze di salute rispetto alla questione dell’assunzione o meno degli stessi vaccini a mRNA. Si pensi quindi ai vari gruppi pseudorivoluzionari neoperaisti, trotskijsti e semitrotskijsti, che rivendicano da tempo l’obbligo vaccinale. Gruppi quindi più realisti del Re, il quale mantiene un minimo di aggancio con la realtà, rinviando tale scelta ad una situazione maggiormente “stabilizzata”. Queste forze, attualmente fautrici dell’obbligo vaccinale, pretendevano la sua obbligatorietà già all’epoca della somministrazione massiva di AstraZeneca).

 

L’eventuale rifiuto del vaccino, accettabile solo per motivi di salute, deve però trovare un altro sistema di verifica e di contenimento delle eventuali positività, in grado di garantire la salute e la sicurezza dei lavoratori e della collettività. Dal punto di vista tecnico, i tamponi risolvono questo problema e forse lo fanno anche meglio degli stessi vaccini che, ricordiamo, non garantiscono rispetto alla possibilità di contrarre il Covid. Di conseguenza, il Green Pass che impone o il vaccino o il tampone è almeno teoricamente una misura del tutto adeguata. Tale misura, nella forma dei tamponi di massa, è stata sperimentata in questi mesi, oltre che in alcune scuole pilota, anche all’entrata di grandi ospedali e di catene alimentari, a dimostrazione della facilità e celerità relativa alla sua applicabilità capillare.

Dicevamo all’inizio, che in uno Stato socialista una misura come quella del Green Pass sarebbe non solo teoricamente adeguata, ma anche priva di qualsiasi problema di praticabilità.

Così si arriva ai reali problemi di fondo. Il primo è quello rappresentato dal fatto che l’alternativa formalmente prevista dal green pass non è realmente alla portata di tutti.  Di fatto, per i costi dei tamponi e per la mancanza di un’organizzazione capillare per la somministrazione dei tamponi attiva 24 ore su 24 davanti ai posti di lavoro, alle stazioni metropolitane e ferroviarie, ai centri commerciali, ecc., il green pass si risolve in un obbligo vaccinale per i lavoratori e in una libera possibilità di scelta per i settori più privilegiati della società. In altri termini, il green pass, al di là dell’apparenza formale, è una misura discriminatoria su base classista. La lotta contro il green pass è possibile solo su questa base e ha come diretta conseguenza la rivendicazione dei tamponi per tutti, in primo luogo per i lavoratori. Su questa parola d’ordine è possibile realizzare l’unità tra chi ha scelto di sottoporsi alla vaccinazione e chi invece non ritiene, per motivi di salute, opportuna tale scelta. Questa è anche l’unica legittima prassi e linea di condotta per i lavoratori che, non risultando vaccinati e non potendosi materialmente sottoporre ai tamponi, vengono esclusi dai posti di lavoro.  È ovvio che questa impostazione è l’unica che può, da un lato salvaguardare tutti i lavoratori e il loro diritto alla salute e alla sicurezza e, dall’altro, è anche l’unica che entra realmente in contrasto con gli interessi di padroni, amministrazioni pubbliche e governi locali e regionali, i quali dovrebbero garantire un’adeguata organizzazione della somministrazione dei tamponi. La battaglia per l’obbligo vaccinale risulta invece antidemocratica e allo stesso tempo profondamente conciliatrice. Volta cioè a smussare le contraddizioni e a togliere le castagne dal fuoco alla borghesia, oltre al fatto che si rende corresponsabile, di fronte ai lavoratori, d’imposizioni vaccinali allo stato attuale inopportune. A maggior ragione considerando il fatto che ai lavoratori, in media, l’obbligo vaccinale è già stato imposto senza alcun riguardo per le loro eventuali preoccupazioni per la salvaguardia della propria salute e sicurezza.

 

Il secondo problema è appunto quello relativo a come vada concretamente interpretata l’unica legittima possibilità di scelta alternativa ai vaccini, che risulta quella per motivi di salute. Ciò in attesa di un’effettiva “stabilizzazione” di quelli attuali, di un’adeguata integrazione ed eventuale variazione e ricalibratura, una volta sottoposti a sufficiente sperimentazione. I tempi per tutto ciò non possono che essere dettati da quelli relativi alla durata dell’effettiva sperimentazione che si sta realizzando a livello di massa.

Questo problema è tale da evidenziare un’ulteriore contraddizione, che attesta come la situazione determinata da un green pass inevitabilmente classista, metta in primo piano l’effettiva sussistenza di nodi di fondo che non è compito del proletariato affrontare e quindi pretendere di voler risolvere, magari con la rivendicazione dell’obbligo vaccinale.

I problemi legati a “motivi di salute” non sono affatto astrattamente oggettivi, al di sopra delle classi e dei sistemi economico-sociali. Solo nel socialismo parlare della salvaguardia della salute delle masse e dei criteri con cui valutarne l’entità può essere realmente pertinente alle loro effettive condizioni ed esigenze. Fa parte dell’esperienza quotidiana vedere come per medici di base e aziendali, grandi istituti assicurativi (INPS, INAIL, ecc.), unità di pronto soccorso e centri ospedalieri, le masse popolari godano sempre di grande salute anche quando contraggono patologie e tumori magari generati dall’amianto o dall’inquinamento dell’aria e delle acque. Si verifica sempre anche una singolare e miracolosa evenienza, che si determina quando si restringe ulteriormente il budget per le spese sanitarie, cosa che appunto fa migliorare di colpo in modo significativo la salute dei cittadini ed accresce nel contempo la loro aspettativa di vita, rendendo possibili, per esempio, ulteriori innalzamenti dell’età pensionabile. Ci sono dunque innumerevoli motivi oggettivi insiti nell’esperienza e nella percezione di larghi settori di massa, per i quali la borghesia, pur concepita nella veste riduttiva delle grandi multinazionali, del capitale finanziario e delle industrie di farmaci che, contemporaneamente, hanno il compito istituzionale di controllarne l’efficacia (vedi di fatto Pfeizer o nel recente passato AstraZeneca), non risulta affatto affidabile rispetto al versante della capacità di stima della salute e, di conseguenza, dell’effettiva tutela sanitaria dei lavoratori, delle masse popolari e in generale dei “cittadini”. L’ovvia conseguenza è data dall’ampio scarto tra la percezione che larghi settori di massa hanno del proprio stato di salute e dei relativi rischi, che diverge significativamente, sotto il profilo quantitativo e qualitativo, da quelli che la borghesia individua come effettivi rischi per la salute delle masse popolari. La crisi egemonica in cui versano tutte le principali potenze imperialiste, con particolari accentuazioni in paesi come l’Italia, ha come conseguenza anche l’esistenza di una diffusa sfiducia nei confronti della bontà di scelte come quelle vaccinali. Qui, dal punto di vista politico, non si tratta dunque di combattere contro questa sfiducia in nome del valore dei procedimenti e delle scoperte della scienza ma, viceversa, di dirottarla realmente contro la stessa borghesia, depurandola dal populismo e dal parassitismo fascista e indirizzandola in funzione della lotta di classe e di una soluzione democratica, rivoluzionaria e antifascista della crisi pandemica. Solo in questo modo si può anche combattere il fascio-populismo No Vax, scindendo i settori proletari e popolari da quelli legati agli strati piccolo-borghesi privilegiati inviperiti in quanto, a loro volta, toccati dalla crisi generale del capitalismo. Diventa quindi evidente come la tesi dell’obbligo vaccinale, per quanto mascherata spesso da un roboante linguaggio rivoluzionario, si traduca in una sorta di filosofia politica improntata alla conciliazione e alla passività. Occorre invece sottolineare le effettive contraddizioni insite nell’attuale situazione, smascherando i tentativi della borghesia di confonderle e oscurarle, nascondendo le proprie responsabilità e promuovendo contemporaneamente il fascio-populismo no vax e no green pass, al fine di evitare lo sviluppo di un effettivo movimento politico e sindacale di classe, proletario e popolare.