Oggi il maoismo viene spesso tacciato di linpiaoismo e terzomondismo per ignoranza o per malafede, queste brevi note polemiche illustrano come il maoismo si sia sempre opposto a questa tendenza revisionista.

La questione del terzomondismo[1] nasce con la Nuova Sinistra dei primi anni Sessanta. Si tratta in sostanza di un complesso di teorie, concezioni e linee politiche, che afferma che la questione della rivoluzione riguarda oggi solo i paesi del terzo mondo e che, di conseguenza, i paesi imperialisti sono, dal punto di vista della composizione di classe, organicamente reazionari. Tali teorie sostengono che lo sfruttamento imperialista dei paesi coloniali e semicoloniali, determinato il fatto sì che l’intera classe operaia dei paesi imperialisti sia diventata un’aristocrazia operaia. In altre parole, il proletariato non sarebbe più una classe rivoluzionaria, ma una classe alleata della borghesia imperialista. La conclusione politica di questi intellettuali è che nei paesi imperialisti non è possibile fare la rivoluzione proletaria. Di conseguenza, l’unica attività che possono fare i comunisti dei paesi imperialisti, diventa quella di sostenere le lotte nel “Terzo Mondo”, affinché queste lotte creino le condizioni favorevoli per una rivoluzione mondiale. Questo invece di lavorare per rovesciare la propria borghesia e costruire il potere proletario e popolare attraverso una Nuova Resistenza.

Una versione particolare del terzomondismo è il linpiaoismo, caratterizzato dall’applicazione su scala planetaria della metafora dell’accerchiamento delle città ad opera delle campagne. In base al linpiaoismo la rivoluzione deve avvenire prima nei paesi oppressi e poi questi ultimi accerchiando i paesi imperiasti dovrebbero, facendo leva sui movimenti di opposizione e sulle minoranze oppresse costituite in gran parte dalle sedimentazioni dei flussi migratori verso tali paesi, avanzare verso l’instaurazione del socialismo in tutto il mondo.

Il linpiaoismo, come più in generale il terzomondismo, non a caso quindi è sorto e si è sviluppato negli anni Sessanta soprattutto negli USA, trovando terreno fertile, da un lato, nella specifica arretratezza del proletariato americano di quella determinata fase economica e politica e, dall’altro, nella tradizione liberale di sinistra, anarco-movimentista, che è sempre stata egemone in quel paese.

Dicevamo che, se il linpiaoismo è terzomondista, il terzomondismo non è necessariamente linpiaoismo. Nella Nuova Sinistra degli anni Sessanta, soprattutto quella caratterizzata dall’influenza del marxismo critico proveniente dalla scuola di Francoforte, è presente un nucleo di concezioni che, successivamente, si biforca in modo a volte anche ricorsivo. Uno di questi rami, in contrapposizione per esempio a quello che confluirà nella genesi e nello sviluppo dell’operaismo, porta al terzomondismo. Questo in quanto, sulla base della teoria dell’identità tra “forze-produttive” e “rapporti di produzione”, che la scuola di Francoforte deriva dalla sociologia borghese, dalla cultura anti-illuministica e dalla critica irrazionalista e heideggeriana della tecnica (il filone è quello che porterà poi all’identificazione tra ‘totalitarismo’ e socialismo e tra ‘nazismo’ e ‘comunismo’), si postula che nei paesi imperialisti la società sia essenzialmente caratterizzata dal dominio della razionalità capitalistica e dal predominio dei ceti medi. Una società in cui, appunto, il proletariato avrebbe cessato di essere una classe antagonistica o potenzialmente antagonistica al capitale.

Comune in generale alle diverse tendenze del terzomondismo è quindi la grossolana visione di un mondo caratterizzato da un gruppo di paesi imperialisti sostanzialmente omogenei, senza grandi differenze e contraddizioni interne. Si tratta di una visione liberale e apologeta dell’imperialismo, secondo cui tutte le linee di sviluppo economico-sociale dal secolo XVI, ossia dal secolo delle conquiste, ad oggi sarebbero state sostanzialmente equiparabili. Ne conseguirebbe dunque che l’Italia o la Spagna non sarebbero particolarmente diverse dalla Gran Bretagna, dalla Francia, dalla Germania, dal Giappone o dagli stessi USA. È chiaro che in questo modo scompare il concetto stesso di catena dei paesi imperialisti che presuppone, invece, una serie di paesi imperialisti caratterizzati da una specificità tale, da determinare che uno o più di essi si costituiscano inevitabilmente come degli “anelli deboli”, nei quali il processo rivoluzionario può materializzarsi senza alcun bisogno di aspettare che nella periferia del mondo vinca la rivoluzione.

Questa visione grossolana, caricaturale, di matrice liberale ha anche come proprio portato una forma singolare di trotskijsmo, che è poi quella rappresentata in modo più specifico dal linpiaoismo. I trotskijsti nel 1917 affermavano che, data la sua arretratezza economica, la Russia non era pronta per il socialismo e che avrebbe dovuto aspettare la rivoluzione nei paesi capitalistici più avanzati come la Germania. Pochi anni dopo la vittoria della rivoluzione d’Ottobre, in modo analogamente revisionista, insieme ai buchariniani, agli operaisti anarco-comunisti del gruppo della Kollontaj, ecc., i trotskijsti affermavano che la Russia avrebbe dovuto continuare ad avanzare con la guerra rivoluzionaria verso la Germania e l’Europa, in questo modo sostenevano che la rivoluzione socialista in Germania avrebbe garantito anche per la permanenza socialismo in Russia. Questa era anche la famosa teoria della rivoluzione permanente di Trotskij.

Il linpiaioismo è una sorta di trotskijsmo all’incontrario, ma che rimane pur sempre ‘trotskijsmo’. Il linpiaiosmo sostiene che nei paesi imperialisti non ci sono possibilità per la rivoluzione e quindi che una volta affermatasi la rivoluzione nei paesi oppressi, questi ultimi dovrebbero condurre la guerra rivoluzionaria contro i paesi imperialisti per evitare che possano permanere come base reazionaria in grado di tornare a mettere in discussione la rivoluzione vittoriosa.

Nel linpiaiomo troviamo dunque, da un lato, la logica secondo cui bisogna aspettare per fare la rivoluzione nel proprio paese che qualcun altro, che si presuppone in un modo o nell’altro più avanzato, la faccia prima, e dall’altro, una volta affermatasi la rivoluzione in un paese, questo paese deve intervenire militarmente con la guerra rivoluzionaria per accelerare la rivoluzione mondiale.

Il paradigma della rivoluzione di Trotskij e quello di Lin Piao non sono quindi così dissimili. Entrambi rompono il nesso tra la costruzione dell’egemonia e la guerra rivoluzionaria, entrambi negano o concepiscono in modo ristretto la questione del fronte popolare rivoluzionario come base del Nuovo Stato sulla via del Socialismo. Si tratta di una forma di ultrasinistra che via via, nel momento in cui inizia a operare politicamente, disgrega il lavoro per lo sviluppo della rivoluzione proletaria e inizia a contrapporvisi in forma controrivoluzionaria, sino ad appoggiare oggettivamente o anche soggettivamente l’avversario di classe.

Se come riferimento positivo per i movimenti di opposizione il linpiaoismo è stato quindi un fenomeno abbastanza transitorio e piuttosto localizzato, come riferimento negativo è invece continuato a permanere. In quest’ultimo caso si è usato il “linpiaoismo” per attaccare il maoismo. Anzi, via via tale utilizzo è emerso con maggiore insistenza, sino alla formulazione dell’equazione “maoismo=terzomondismo”, “maoismo=linpiaoismo”.

Si tratta quindi semplicemente di dimostrare l’ignoranza o la malafede di chi continua a propagandare questa equazione.

L’ignoranza consiste nel non sapere perché il marxismo-leninismo-maoismo critica il linpiaionismo e si oppone ad esso. Questo limite può essere superato solo studiando e approfondendo il marxismo-leninismo-maoismo. C’è poi però anche la malafede. In questo caso si riprendono le posizioni e i luoghi comuni contro il maoismo dei revisionisti moderni, dei trotskijsti, dei bordighisti. A queste posizioni si aggiungono anche i marxisti-leninisti che si richiamano ad Enver Hoxha leader del Partito del Lavoro d’Albania, che dopo il 1976 accentua la propria impostazione dogmatica, e i marxisti-leninisti che procedono coniugando riformismo e massimalismo (vedi il Fronte della Gioventù comunista e le organizzazioni italiane aderenti alla conferenza internazionale di partiti e organizzazioni marxisti-leninisti, CIPOML). Per l’Italia va anche citato il caso della Rete dei Comunisti, che dà sfoggio del più confuso connubio opportunistico tra movimentismo, operaismo, marxismo-leninismo e sostegno all’imperialismo cinese. A tale proposito quest’organizzazione, per quanto tenda a una ricostruzione grossolana e sostanzialmente erronea della storia del Partito Comunista Cinese sino alla fine degli anni Settanta, mentre evita attacchi troppo diretti a Mao, non lesina d’all’altra parte le denigrazioni contro il marxismo-leninismo-maoismo rispetto a cui, di fatto, riesuma i concetti di fondo dell’accusa di linpiaoismo. In particolare la Rete, dopo la recente morte del Presidente Gonzalo ad opera dello Stato peruviano e dell’imperialismo, si esprime nei seguenti termini a proposito dell’epica guerra popolare rivoluzionaria condotta dal Partito Comunista del Perù, ritenuta un grande esempio da tutti i partiti e gruppi marxisti-leninisti-maoisti del mondo: “si sta parlando della storia di un esperimento politico e insurrezionale fallimentare e terribilmente tragico, di cui Abimael Guzmàn è stato il principale responsabile”… “se dobbiamo parlare del contributo teorico di Guzman, basato su un intreccio eclettico di mariateguismo e maoismo con qualche elemento kantiano, il prodotto in sé è stato molto povero e fuorviante. Guzman produsse una rilettura volutamente schematica, funzionale alla redazione manuali pronti all’uso militante, in poche parole un catechismo. Un catechismo molto presuntuoso, perché Guzman riteneva di aver realizzato una sintesi politico-teorica che superava dialetticamente quella di Mariategui e dello stesso Mao Tze Tung”.  (https://contropiano.org/news/internazionale-news/2021/09/14/peru-muore-in-carcere-il-presidente-gonzalo-0142102). 

I marxisti-leninisti-maoisti oggi sostengono che la contraddizione principale è imperialismo-popoli oppressi. Questa contraddizione, dal punto di vista del marxismo-leninismo-maoismo, non nega però affatto le altre. Ad esempio in un paese imperialista, la contraddizione borghesia-proletariato rimane la contraddizione principale e non nega nemmeno il ruolo storico del proletariato nei paesi imperialisti. Il proletariato è ovunque l’unica classe in grado di guidare la rivoluzione. Il marxismo-leninismo-maoismo non nega quindi che la situazione, nel suo sviluppo disomogeneo, si sviluppi anche nei paesi imperialisti.

Anche se i “terzomondisti” amano presentarsi come antimperialisti, quale antimperialismo conseguente si può sviluppare quando si rigetta il marxismo?

Essi negano che la crisi generale del capitalismo ha creato le premesse di una nuova ondata della Rivoluzione Proletaria Mondiale. Mentre gli imperialisti sviluppano una nuova spartizione del mondo e si apprestano ad entrare in una nuova guerra mondiale per dividersi il bottino, i partititi comunisti e le forze popolari guidate dal marxismo-leninismo-maoismo sviluppano guerre popolari per la Nuova Democrazia in India, nelle Filippine, in Perù e in altri paesi, mentre in ogni paese sorgono nuovi partiti e gruppi maoisti. La conclusione politica corretta è che i paesi oppressi sono la base della Rivoluzione Proletaria Mondiale, l’unica base che può dare respiro e prospettiva alla crescita, nella lotta contro le deviazioni di destra e di “sinistra”, del movimento marxista-leninista-maoista in tutto il mondo. Questo movimento, nel legame sempre più stretto con il proletariato e le masse popolari, rappresenterà sempre più l’unica forza in grado di opporsi su scala planetaria alla guerra mondiale imperialista, all’imperialismo occidentale e a quello della Russia e della Cina, al fascismo montante in tutti i paesi del mondo e allo sfruttamento del proletariato, delle masse popolari e dei popoli oppressi.

NYOVA EGEMONIA

[1] Che cosa bisogna intendere per “Terzo Mondo”? Il termine è stato usato principalmente per dare diverse interpretazioni e individuare diversi fenomeni. Tra l’altro è stato usato per indicare il “Movimento dei non Allineati”, vale a dire il gruppo di paesi nato nella Conferenza di Bandung del 1955, promossa da Nasser, Nehru, Sukarno e altri.

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