La triste scomparsa recente di un’indomabile avanguardia di lotta della classe operaia ha portato il gruppo Proletari Comunisti a pubblicare nei giorni scorsi, sull’omonimo blog,  un  importante documento politico di Michele Michelino. Si tratta del testo di un lungo intervento al “Convegno sul 50° dell’Autunno caldo 1969” organizzato dallo stesso gruppo di Proletari Comunisti nel 2019 a Milano. Riportiamo integralmente, in seguito alle nostre considerazioni, l’articolo di questo gruppo con il relativo testo.

Il testo di Michele Michelino inizia presentandosi come “un bilancio storico delle lotte operaie del ’68/’69” in grado di “servire anche a capire meglio come, nel presente, lottare”. Di fatto il testo non propone un bilancio, anzi forse il primo dato che si nota è quello relativo alla sua assenza. In tale testo Michele Michelino, non propone nemmeno delle vere sintesi, ma più che altro narra, parlando in prima persona, e quindi racconta, delle battaglie operaie a cui ha contribuito e che spesso l’hanno visto anche protagonista.

In cosa consiste allora l’importanza politica di tale documento? Per limpidezza ed essenzialità d’esposizione, questo documento acquista un evidente carattere tipico ossia rappresentativo dell’opera di una generazione di avanguardie di lotta di fabbrica, che hanno continuato in una forma o nell’altra, una battaglia classista sul terreno sindacale, su quello della rappresentanza sui posti di lavoro e su quello della difesa della salute dei lavoratori. È una preziosa testimonianza non solo dell’opera di queste avanguardie, ma anche per così dire della coscienza di sé e della propria storia personale e collettiva, che queste avanguardie hanno maturato nel tempo, attraverso i vari passaggi di una sofferta e complessa lotta di classe sviluppatasi in particolare negli anni Settanta, per poi mantenerla ferma, in sostanza, come costitutiva della propria identità nei decenni successivi sino ad oggi.

Non si tratta dunque solo di Michele, ma per esempio anche delle avanguardie storiche dell’Alfa Romeo di Arese e della Fiat di Pomigliano. Le uniche in Italia ad aver costruito nei primi anni Novanta un vero sindacato operaio, lo Slai Cobas. Quando in quegli anni in giro per l’Italia gli operai pensavano ad un’alternativa ai sindacati confederali, pensavano ai Cobas e quando pensavano ai cobas pensavano solo ed esclusivamente a quelli dell’Alfa di Arese e di Pomigliano d’Arco.  I motivi per cui questo sindacato sia durato, come anomalia operaia, solo pochi anni, hanno a che fare in ultima analisi con il bilancio dell’esperienza portata avanti dalla generazione delle avanguardie operaie di lotta nate negli anni Sessanta-Settanta.

Per quanto apparentemente distanti, vicende come quelle relative al lavoro di Michele Michelino e alla storia dello Slai Cobas si possono considerare come espressione di una medesima grande battaglia, di medesime aspettative e, tutto sommato, di medesime concezioni di fondo.

Ovviamente non si tratta solo di Michele e del Cobas dell’Alfa e di Pomigliano. Le avanguardie di lotta che sono nate negli anni Settanta e che hanno continuato a lottare sul terreno sindacale, resistendo a tutte le pressioni e respingendo le proposte di cooptazione avanzate loro dai sindacati confederali, FIOM in testa, sono state promotrici di svariate organizzazioni di difesa degli interessi economici e dei diritti sindacali dei lavoratori e si sono di fatto distribuite lungo tutto l’arco delle organizzazioni del sindacalismo alternativo. La loro iniziativa ha di volta in volta ottenuto l’appoggio di tecnici, ricercatori universitari, medici, insegnanti, avvocati, studenti, centri sociali, gruppi politici e persino, in forma più o meno interessata, partiti di potere.

Questa generazione di avanguardie di lotta non solo dunque è ancora presente e attiva ma, direttamente  o indirettamente, ha influenzato profondamente esperienze del sindacalismo di base più recenti, almeno per quanto attiene ai presupposti essenziali. Cosi, analogamente, ha reso praticamente egemone tra i gruppi comunisti, in particolare quelli che si richiamano al marxismo-leninismo, l’idea che non sia possibile costruire il partito senza avere l’appoggio o senza essere in grado di conquistare le avanguardie dei lavoratori ossia, nella sostanza, settori più o meno ampi del sindacalismo alternativo.

Eppure nell’operato e nell’esperienza di questa generazione d’avanguardie di lotta, si intravede un lato tragico. Né nell’intervento di Michele Michelino, né tantomeno nell’articolo di Proletari Comunisti che lo propone, traspare una qualche consapevolezza di tutto questo.

Dal punto di vista del marxismo si parla di “tragedia”, nel campo della lotta di classe, quando si lotta in modo tale da non avere prospettive di vittoria. A maggior ragione la “tragedia” è ancora più rilevante quando chi, non avendo prospettive, lotta senza avere la minima consapevolezza della situazione in cui si trova. In altri termini, ricadere in una situazione tragica è come entrare in un vicolo cieco e non poter o voler fare nulla per cercare di uscirne fuori.

Ovviamente la situazione può essere tragica sia perché ad un certo punto non si può più oggettivamente uscirne fuori, sia all’opposto perché, non avendo coscienza di essere in un vicolo cieco, non si fa nulla, pur potendolo, per uscirne.

Ora il problema è che il carattere tragico dell’opera della generazione delle avanguardie di lotta degli anni Sessanta e Settanta, quella che non si è arresa e ha continuato la battaglia sindacale contro i padroni, i governi e i sindacati confederali, è del secondo tipo, cioè è espressione e conseguenza di una mancanza di vera coscienza politica di classe e quindi è un persistere in una situazione sostanzialmente perdente, che rappresentava e rappresenta tutt’oggi, in ultima analisi, una sorta di pesante palla al piede per il proletariato e le prospettive della rivoluzione in Italia.

Da dove deriva questa mancanza di coscienza del vicolo cieco in cui ci si è andati a infilare e in cui si continua imperterriti a invitare giovani e lavoratori ad entrare?

Per rispondere alla domanda bisogna tornare al clima politico e culturale degli anni Sessanta e dei primi anni Settanta. Questo clima sta alla base della genesi della formazione intellettuale di questa generazione di avanguardie di lotta. Ci si dimentica sempre infatti che quello che diventa in ultima analisi decisivo per la formazione intellettuale dei lavoratori d’avanguardia non sono i fatti e le nude esperienze, bensì la fusione di fatti ed esperienze con determinate concezioni, teorie, interpretazioni, linee politiche.

Il disprezzo consueto per l’attività teorica nell’ambito del marxismo rivoluzionario porta al gretto empirismo ossia alla tesi che i fatti e le esperienze producono di per sé coscienza rivoluzionaria e che le ideologie politiche non abbiamo in sé un particolare peso nella lotta di classe.

Così si dimentica, si tralascia o si nega il fatto che la generazione di avanguardie di lotta nata negli anni Sessanta e primi anni Settanta, è nata all’ombra della “sinistra” del PCI, dell’operaismo teorico e, successivamente, di gruppi politici come Potere Operaio, PdUP-Manifesto, Avanguardia Operaia, Lotta Continua, oppure di gruppi trotskijsti e bordighisti ed aree come quelle dell’Autonomia operaia. Si potrà obiettare che però Michele Michelino era dell’UCI(m-l) e che successivamente ha continuato, per tutta la vita, a fare riferimento al marxismo-leninismo. Il problema da questo punto di vista è che in Italia il marxismo-leninismo ha avuto una stagione di vita durata pochi anni e caratterizzata da notevoli arretratezze, con la conseguenza di lasciare il campo in sostanza libero alle varie declinazioni e ibridazioni del marxismo critico e dell’operaismo. Che in Italia il marxismo-leninismo sia praticamente coinciso con i primi due anni di vita del PCd’I(m-l), ha avuto enormi conseguenze politiche e ideologiche.

Non solo non c’è stato un passaggio effettivo dal marxismo-leninismo al marxismo-leninismo-maoismo, ma con la fine del PCdI(m-l) si è aperta più che mai la strada all’eclettismo ossia all’ibridazione tra marxismo-leninismo e altre tendenze ideologiche estranee. Da un lato ciò ha avuto come conseguenza il fatto che l’UCI(m-l), di provenienza troskijsta, con la campagna di rettifica del 1971 abbia fatto il salto al PC(M-I) Voce Operaia, mirando a integrare sotto la veste del marxismo-leninismo-maoismo il trotskijsmo, Il bordighismo e l’operaismo. Dall’altro, le prime organizzazioni combattenti che si richiamavano anch’esse al marxismo-leninismo, hanno a loro volta più che altro messo in primo piano il “marxismo-leninismo di matrice latino-americana” (guevarista e fuochista), combinandolo con altre teorie in parte spontaneiste e in parte mediate dal riferimento a un tipo di marxismo di matrice strutturalista.

La generazione delle avanguardie di lotta come Michele Michelino si è quindi formata sulla base dell’influenza dell’operaismo. Michele nel suo intervento dice: “Oggi col fatto che le grandi fabbriche sono sempre di meno, a parte qualche grande fabbrica come l’Ilva, è evidente che anche le forme di organizzazione devono cambiare. Noi oggi abbiamo difficoltà a raggiungere la maggioranza degli operai, per cui dovremo pensare a nuove forme di organizzazione del movimento operaio, a come fare”. Quest’affermazione può essere giusta se il problema è la costruzione dell’organizzazione sindacale, ma è classicamente spontaneista o meglio operaista se abbiamo a che fare con la costruzione del partito e il partito, sottolineava Lenin nel Che fare?, è la più alta e la principale forma di organizzazione del movimento operaio.

Una generazione di avanguardie di lotta che, formatasi in Avanguardia Operaia, Lotta Continua, nelle Assemblee Autonome, nei gruppi trotskijsti e bordighisti, ecc. continua per tutta una vita a lottare contro padroni, governi e sindacati reazionari, senza mai elevarsi al di sopra della lotta e dell’organizzazione sindacale, senza mai porsi il problema di elevare gli operai al di sopra di questo livello embrionale ed elementare, è una generazione di combattenti che si è parzialmente arresa di fronte all’offensiva o alla controffensiva dell’avversario di classe, è una generazione che non ha saputo trovare la strada della lotta politica e della costruzione dell’organizzazione politica rivoluzionaria.

Questa generazione ha condiviso e diffuso la tesi operaista, che il partito è il prodotto dell’accumulazione delle lotte operaie contro i padroni e contro il governo, che la radicalizzazione di queste lotte porta al potere operaio e che il potere operaio nelle fabbriche e sui posti di lavoro si traduce via via nei soviet e nella rivoluzione. Questa generazione ha continuato l’opera degli operaisti degli anni Sessanta  e ha dato un contributo rilevante al fatto che, in cinquant’anni, non si sia arrivati in Italia alla costruzione di un partito comunista rivoluzionario legato a settori, per quanto limitati, d’avanguardia del proletariato. Questo carattere paradossalmente tragico insito nella lotta di una generazione che continua in qualche modo ad essere protagonista, soprattutto nel suo lascito ideale come guida, riferimento, modello, è tutt’oggi fonte di oscuramento della coscienza di classe.

Non si può negare o sottovalutare l’importanza della lotta economica, di quella per la rappresentanza democratica sui posti di lavoro, per i diritti sindacali e per la salute e la sicurezza dei lavoratori, ma bisogna dire con assoluta chiarezza e con grande decisione che l’aspetto principale è la teoria rivoluzionaria come guida della prassi, la coscienza di classe, la lotta politica, il programma politico, sulla base del quale sviluppare iniziativa operaia e popolare. Un programma che deve essenzialmente essere costituito da contenuti positivi e propositivi e che serva per avvicinare la rivoluzione proletaria e il socialismo senza ricadere in astratte e massimaliste, spesso anche roboanti, rimasticature del programma massimo della rivoluzione socialista. Senza programma politico non ci può essere iniziativa ed esperienza diretta delle masse e quindi non ci può essere vera conquista e sviluppo della costruzione di un partito comunista.

Il testo di Michele Michelino è una splendida testimonianza dell’impossibilità di costruire il partito comunista dalle lotte economico-sindacali e da quelle per la rappresentanza, i diritti o il “potere operaio” sui posti di lavoro. È la concreta esposizione di un’esperienza che evidenzia come dalle lotte sindacali radicali e persino violente derivino come conseguenza ed eventualmente solo delle conquiste sindacali, ma mai una “coscienza rivoluzionaria” o un’iniziativa politica rivoluzionaria. I presupposti della costruzione dell’organizzazione sindacale, della lotta economico-sindacale e di quella per il “potere operaio” sui posti di lavoro e i presupposti della costruzione del partito comunista rivoluzionario, della coscienza di classe, della lotta politica, della costituzione degli organismi di potere politico, sono diversi. Si tratta di due dimensioni incommensurabili, che possono e devono venire combinate, ma che possono combinarsi realmente e quindi moltiplicare i reciproci effetti, solo sulla base della presenza, dell’iniziativa e della direzione di un adeguato partito marxista-leninista, oggi diciamo “marxista-leninista-maoista”.

Per un’avanguardia di lotta del proletariato, una vita passata a lottare contro i padroni e i governi è certo degna di considerazione e apprezzamento, ma si tratta pur sempre di una vita triste. A maggior ragione se non si ha nemmeno una precisa coscienza dell’orizzonte ristretto della propria visione del mondo e della propria pratica.

Quello che può illuminare realmente la vita di un operaio d’avanguardia è il fatto di voler essere un quadro di un partito politico proletario rivoluzionario che lavora per costruire un blocco politico popolare nella prospettiva della rivoluzione e dell’instaurazione di un Nuovo Stato Democratico Popolare e Antifascista.

NUOVA EGEMONIA BLOG,

articolo scritto il 25 aprile

 

Segue articolo di Proletari Comunisti con l’intervento di Michele Michelino

<<Michele Michelino – Nella storia del movimento operaio nel 68/69>>

 

Oggi che è un giorno triste per il saluto che a Milano operai e compagni stanno dando a Michele Michelino, vogliamo ricordare il suo intervento al “Convegno sul 50° dell’Autunno caldo 1969” che facemmo nel dicembre 2019 a Milano: una storia al servizio di oggi, come sicuramente Michele voleva.

“Fare un bilancio storico delle lotte operaie del ’68/’69 non è semplicemente fare un excursus storico ma serve anche a capire meglio come, nel presente, lottare.
Sono entrato a lavorare alla Pirelli nel 1966, ero giovanissimo, avevo 15 anni quando ho cominciato a lavorare in questa fabbrica. Erano anni in cui c’era una compressione salariale in Italia, i salari erano molto bassi per tutte le categorie, c’era stato il “boom economico” ma i salari non si erano adeguati comunque. Io ho avuto la fortuna di entrare alla Pirelli dopo 3 anni di scuola, perchè allora succedeva che tutte le grandi fabbriche si accaparravano i giovani che uscivano dalle scuole, dalle medie, dagli istituti professionali, gli facevano fare dei corsi e poi entravano in fabbrica.
Ho avuto la fortuna di conoscere molti partigiani che sono stati un pò anche miei maestri, alla Pirelli ce n’erano diversi, era una delle fabbriche che ha avuto un ruolo anche nella Resistenza.
Nel ’67 era morto Che Guevara. Io, mi ricordo bene, ero in fabbrica e tutti i lavoratori non sapevano neanche chi era. Io sapevo chi era perchè ero un giovane comunista. Però, mi ricordo che addirittura ci furono delle iniziative in fabbrica in ricordo del Che che era stato ucciso.
Voglio ricordare che le lotte operaie non sono cominciate nel ’69. Alla Pirelli, per esempio, sono cominciate nel ’68. Una delle prime lotte fu quella contro il cottimo. Allora se tu non facevi la produzione pari a 100 – che era il cottimo – il tuo salario veniva decurtato, e siccome succedeva spesso che si rompevano le macchine, che c’erano dei problemi, che andava via la corrente, o che c’erano gli scioperi, succedeva spesso che i lavoratori tornavano a casa con un salario che non era quello che tu dovevi prendere. E una delle prime lotte fatte alla Pirelli fu per avere il cottimo collettivo, si voleva avere un cottimo garantito, di reparto o di squadra, in modo che uno si portava a casa il salario, e poi, se non raggiungevi il cottimo perdevi ben poco.
Un’altra delle lotte importanti alla Pirelli fu quella sul problema della nocività. Molti pensano che gli operai hanno lavorato sempre solo per il salario, invece alla Pirelli si è lottato sul problema della salute in fabbrica, sul problema che c’erano i reparti più nocivi, il reparto nerofumo, il reparto gomma, dove noi ragazzini passavamo con la camicia bianca ed uscivamo con la camicia nera, senza fare niente; figuratevi i lavoratori che non avevano nessun dispositivo di protezione, rotolavano dei fazzoletti sulla bocca come unico modo per proteggersi dalle polveri.
In quegli anni nacquero i Comitati Unitari di Base. Nel ’68 io ero giovane operaio comunista, aderii al gruppo rivoluzionario UCI-ml. Alla Pirelli nella lotta unitaria in fabbrica nacque il Cub che era un modo per cui i lavoratori capirono che non bisognava dividerci rispetto a cgil-cisl-uil o ai partiti, ma dovevano unirsi tutti quanti e quelli che lavoravano nelle condizioni più nocive erano gli operai più incazzati ed erano quelli che capivano che se volevano migliorare le proprie condizioni dovevano unirsi. Ecco che allora nacquero i primi Cub che erano formati proprio dagli operai dei reparti più nocivi. E le condizioni materiali, al di là delle divisioni ideologiche che ognuno aveva, erano quelle che ti permettevano di unirti e di lottare.
E la cosa più importante è che ottenevamo anche dei risultati: ci fu l’aumento dei salari, nelle lotte del ’68/’69 cominciavano a cambiare le condizioni in fabbrica. Proprio in quegli anni, prima del ’69, in ottobre, i lavoratori sulla piattaforma contrattuale per 3 giorni e 3 notti occuparono il grattacelo Pirelli, quello della stazione centrale. In fabbrica si lavorava su 3 turni, e ogni volta il turno che usciva dava il cambio a quelli che occupavano. Si usciva fuori, si prendeva il tram che non si pagava, si fermavano le macchine e ci si faceva portare alla stazione centrale e si faceva il cambio per gli altri potessero tornare in fabbrica perchè bisognava timbrare il cartellino. In questi scioperi, in cui bisognava timbrare il cartellino e poi andare, cominciavano anche le cosiddette “spazzolate”: per bloccare la fabbrica partivano quelli dei reparti più nocivi che erano quelli più incazzati e si facevano le “spazzolate” nei reparti, ci si portava dietro tutti quanti, perchè non si ammettevano i crumiri se no ti prendevano a calci in culo, si andava su negli uffici, si buttavano fuori gli impiegati che non volevano scioperare, e questa era una forma di lotta che si applicava in tutte le fabbriche.
Un’altra cosa importante per far vedere che gli operai non sono scemi. Allora si lavorava 48 ore alla settimana. Nel 1969 Pirelli di fronte alla lotta contrattuale dei lavoratori fece una proposta che era innovativa: propose agli operai e ai sindacati la riduzione a 40 ore settimanali, in cambio però dell’aumento della flessibilità, addirittura arrivò a proporre in alcuni reparti il 6×6, anche nei reparti nocivi. Naturalmente prima, con le 48 ore, stavi a casa la domenica e gli operai cominciarono una lotta per stare a casa anche il sabato e molto spesso si mettevano in malattia per cui la produzione del sabato ne risentiva. Pirelli pensava che sulla sua proposta tutti fossero d’accordo. Fecero anche un referendum e la cosa a sorpresa che scandalizzò tutti i giornali, il Corriere della sera, etc, è che gli operai della Pirelli bocciarono il referendum. Tutti dicevano: ma come? Vogliono lavorare 48 ore invece che 40 o 36? Bisogna tenere conto che la Pirelli era una fabbrica dove molti operai venivano da Bergamo, Brescia, Lodi, Pavia, e i pullman o i treni che portavano gli operai erano scanditi sull’orario di fabbrica, per cui un operaio che si alzava alle 4 del mattino per venire a lavorare al primo turno alle 6, poteva anche finire 2 ore prima con l’orario ridotto (6×6) però non c’era il pullman e doveva aspettare al bar, ad ubriacarsi, pensate d’inverno al freddo. Per cui per chi abitava a Milano era anche conveniente, ma la maggioranza era di pendolari; per cui o tu adegui anche i trasporti, la società alla fabbrica o altrimenti è una cosa che non ha senso. E infatti a maggioranza fu respinta questa proposta della Pirelli, con grande rabbia del padrone e anche di una parte dei sindacati che pensavano fosse una cosa innovativa, e invece non era così.
Non fu un caso che la bomba scoppiò proprio il 12 dicembre, perchè c’era un grande movimento di lotta in tutto il paese, c’era la piattaforma dei chimici che era molto innovativa, quella dei metalmeccanici. E’ vero che quelle bombe cambiarono il modo di lottare e le parole d’ordine. Per fare un esempio, prima della bomba di piazza Fontana nei cortei sindacali il PCI portava gli striscioni con la scritta “per il socialismo”, subito dopo la strage di piazza Fontana, siccome bisognava difendere la democrazia e l’ordine nato dalla Resistenza, le parole d’ordine del PCI erano diventate “per le riforme di struttura”.
Ed è importante capire come sono state uno spartiacque le bombe di piazza Fontana rispetto anche alla coscienza sia degli operai, sia in modo particolare dei partiti a sostegno dello Stato borghese. Non che prima il PCI non lo fosse, però prima c’era un “riformismo conflittuale”.
Per spiegare questo “riformismo conflittuale” faccio un esempio. Allora non c’erano i consigli di fabbrica, c’erano le commissioni interne, c’erano i sindacati cgil-cisl-uil e nelle buste paga degli operai veniva messo un assegno che potevi spendere dal tabaccaio, dal bottegaio, ecc, era un assegno corrispondente alla quota sindacale e tu potevi decidere a quale sindacato darlo oppure spendertelo tu per conto tuo. In fabbrica c’erano le cassette di cisl e uil, quella della cgil era fuori sul marciapiede fuori davanti alla fabbrica sotto gli occhi delle guardie, e di tutti quelli che mettevano l’assegno lì la guardia prendeva il nome. In quegli anni succedeva che i vecchi dirigenti del PCI, tra cui c’erano molti ex partigiani, pur essendo riformisti, col padrone avevano un rapporto conflittuale, per cui quando scoppiavano le lotte anche del Cub molti del Pci venivano alle riunioni del Cub.
I Cub sono stati un fatto importante per gli operai perchè c’erano dentro tutti i gruppi rivoluzionari ma anche gente del Pci, operai anche non iscritti al sindacato, anche operai della cisl e della uil, che però, sulle condizioni materiali, vedevano nel Comitato unitario di base lo strumento organizzativo che poteva fare le lotte, perchè il Cub faceva gli scioperi anche in unità con gli studenti che venivano ad aiutare a fare i picchetti; indiceva scioperi, dove tutti, la maggioranza degli operai, rimanevano fuori, o magari coi picchetti.
I capi dei Cub erano 5/6 operai, ma erano riconosciuti da 12 mila operai della fabbrica, erano quelli dei reparti più nocivi, erano quelli che quando nei Cub si decideva di fare uno sciopero di tutta una fabbrica erano più ascoltati, tutti li seguivano.
Nel 1970 i Consigli di fabbrica sono stati un esempio molto importante nell’organizzazione operaia. Trentin li chiamava il sindacato dei consigli, i consigli del sindacato. Quando si fecero i consigli di fabbrica cgil-cisl-uil e i partiti Pci, Psi, DC non riuscivano a controllare il movimento operaio – perchè i Cub erano riconosciuti dai lavoratori come uno strumento di lotta e non solo di rappresentanza. Alla Pirelli, dove i comitati di lotta, a differenza degli altre fabbriche dove non c’era organizzazione operaia e i consigli di fabbrica sono stati un fattore importante per organizzare la lotta, alla Pirelli, una fabbrica di 1200 operai, si fece un consiglio di fabbrica di 300 persone. E’ chiaro che cgil-cisl-uil e i vari partiti erano più organizzati, su 300 delegati il Cub aveva una cinquantina di delegati, io stesso ero un delegato, ma la maggioranza ce l’avevano loro. Per cui i modo “democratico” sono riusciti a bloccare le lotte, sono serviti ad “uccidere” la lotta. Oggi alcuni dicono che i consigli di fabbrica erano molto più democratici delle Rsu, ed è vero, ma teniamo conto che in alcuni casi sono serviti a far fuori le avanguardie di lotta.
Io nel 1970 sono partito militare, qualche mese dopo piazza Fontana, quando sono tornato ho visto che molte cose erano cambiate: mentre stavo lavorando sulla catena, io lavoravo alla trafila, c’era un fighetto, uno con il camice bianco, che non avevo mai visto, che si era messo vicino a me e segnava i pezzi che facevamo. A un certo punto si avvicina, e vedo che, invece che segnare i numeri dei pezzi che passavano (noi avevamo i numeri dei pezzi che passavano) ha messi dei pezzi in più. Al che io dico: “scusa, ma cos’è che stai facendo?” Era il “tempista”, con in mano la cartella. E lui diceva che sapeva che quando arrivava gli operai diminuivano la produzione, allora lui aveva il compito di aumentare del 10%, perchè lui lo sapeva. Questo “tempista” si chiamava Sergio Cofferati che, allora, veniva fuori dal movimento studentesco, dal Mls. Quando entrò lui c’erano altri ex del movimento studentesco e fecero fuori tutto il vecchio gruppo dirigente della cgil, Basilico e altri che erano del Pci riformista e conflittuale, e diventarono loro la cgil di fabbrica.
In quegli anni avevamo impedito a Milano un comizio di Almirante. Almirante venne a piazza Duomo, e tutti gli operai uscirono dalle fabbriche, lo stesso Pci su pressione degli operai fu costretto a mobilitarsi – tra l’altro ancora nel Pci c’era la parola d’ordine “Msi fuorilegge”. Ma furono direttamente gli operai delle fabbriche ad impedire ad Almirante di parlare a piazza Duomo, anche perchè episodi fascisti ce n’erano tanti.
Permettetemi di tornare all’attualità. L’organizzazione operaia è legata alle forme che assume il Capitale, e anche lo scontro di classe e le sue forme d’organizzazione. Allora c’erano le grandi fabbriche, tu facevi una “spazzolata”, ti portavi fuori tutti gli operai; alla Pirelli c’erano 7 portinerie, tu mettevi 7 manifesti all’ingresso delle portinerie e naturalmente tu prendevi tutti gli operai perchè tutti quelli che entravano o uscivano leggevano il manifesto. Allora c’era la mensa dove si andava a turni, ma tu mettevi manifesti in mensa e riuscivi a raggiungere tutti.
Oggi col fatto che le grandi fabbriche sono sempre di meno, a parte qualche grande fabbrica come l’Ilva, è evidente che anche le forme di organizzazione devono cambiare. Noi oggi abbiamo difficoltà a raggiungere la maggioranza degli operai, per cui dovremo pensare a nuove forme di organizzazione del movimento operaio, a come fare.
Noi per esempio a Sesto San Giovanni, a Milano, stiamo lavorando su delle piccole fabbriche con 50/60 operai, stiamo cercando di lavorare per metterli assieme a livello territoriale, come facevano una volta le vecchie Camere del Lavoro agli inizi del movimento operaio.
Cambiando le forme organizzative anche lo scontro di classe cambia, non abbiamo più la grande forza del movimento operaio.

Finisco con 2 cose: prima si diceva che c’erano i giuristi, intellettuali che erano sensibili al movimento operaio. Vorrei ricordare che con tutte quelle denunce che ci sono state in quegli anni, quando c’era un movimento operaio forte, riuscivamo anche ad arrivare in Tribunale e farci assolvere, perchè addirittura si riusciva ad andare in massa e si riusciva ad influenzare i giudici. Nonostante che la giustizia era la giustizia borghese, di classe, però la forza operaia riusciva a portare dalla sua parte avvocati, intellettuali, progressisti, che sono progressisti se c’è un forte movimento operaio, se non c’è diventano reazionari perchè è più facile far carriera. Non diamo niente per scontato.
Abbiamo tante cose da imparare dal passato ma proprio perchè vogliamo continuare la lotta nel presente.
Altra questione. Subito dopo quegli anni incominciò la ristrutturazione nelle grandi fabbriche. Sia alla Pirelli, sia alla Breda, sia alla Falk, molto prima delle Brigate Rosse, c’erano le “Brigate Roncalli” – papa Giovanni XXIII veniva da sotto il monte della città di Bergamo -; molti operai arrivavano alle fabbriche con le raccomandazioni del prete, perchè allora c’erano troppi comunisti nelle fabbriche. Molti di questi erano contadini che avevano un pezzetto di terreno e nel mese di luglio molti di loro si mettevano in malattia e naturalmente i padroni s’incazzavano per cui erano partiti numerosi licenziamenti. Quando sono stati licenziati c’è stato uno sciopero a loro difesa. Ebbene, li chiamavano “Brigate Roncalli” perchè erano tutti democristiani, tutta gente contro la violenza. Ma davanti ai loro licenziamenti, dovevate cedere la violenza che avevano questi quà quando andavamo su negli uffici a buttare giù le macchine da scrivere, a spaccare tutto, a cercare gli impiegati crumiri che non scioperavano per loro (loro magari tempo prima erano crumiri…).
Dopo la Pirelli sono andato a lavorare alla Breda. Nel 1973 sul discorso sulla salute c’è stata una cosa importantissima: sono nati gli SMAIL (Servizi per la Medicina Ambientale nei luoghi di Lavoro). Noi non ci fidavamo dei medici del padrone e c’erano molti studenti di medicina che noi conoscevamo nel ’68 e che nel frattempo si erano laureati, questi erano diventati dottori ed erano entrati in fabbrica, monitoravano i vari reparti, denunciando tutta una serie di condizioni nocive, di sostanze cancerogene, l’amianto. Noi oggi siamo parte civile nel processo Breda, nel processo Pirelli, nel processo della Falk, perchè avevamo i documenti per dimostrare che l’amianto c’era, perchè questi medici dicevano: “guarda qui si usa il cromo, si usa l’amianto, sono sostanze cancerogene, dovete cambiarle”. Siccome non esisteva la legge dell’amianto che è del ’92, i padroni preferivano pagare una piccola multa e ti facevano morire.
Noi nel 1970, nelle piattaforme contrattuali operaie come quella della Breda (dopo quella della Pirelli, pubblicata nel Lavoratore metallurgico nel 1971), al primo posto mettevamo il problema delle condizioni in fabbrica, della salute in fonderia e della salute in forgia. Dopo 260 ore di sciopero i lavoratori ottennero il libretto sanitario.
Io lavoravo alla Breda, nel reparto forgia usavamo i magli. Di giorno, siccome a Milano c’è la metropolitana che passa vicino alla Breda, non si sentivano ma di notte, quando c’era silenzio e picchiavano i magli, le case tremavano ed il rumore si sentiva. Gli abitanti di Sesto S. Giovanni fecero casino. Noi eravamo contrari al turno di notte e volevamo abolirlo ma cgil-cisl-uil avevano fatto un accordo e ci toccava fare il turno di notte. Grazie alla protesta dei cittadini e grazie alla protesta degli operai della forgia, noi riuscimmo a fare in modo che i 3 turni fossero spalmati dalle 6 del mattino alle 10 di sera, facendo turni nuovi. Ecco, questo ci è servito perchè ci ha risolto un problema a noi che eravamo in fabbrica e ai cittadini (che non c’era più il casino).

Se gli operai prendono direttamente nelle loro mani il problema della salute, anche rispetto alla questione dell’ambiente circostante, il problema si può risolvere. Certo che gli operai non devono delegare il problema della salute ad altri, anche perchè i primi ad essere inquinati, a morire, ad ammalarsi sono gli operai; poi ci sono gli altri perchè le sostanze inquinanti escono dalle fabbriche, si disperdono nelle falde acquifere e uccidono gli altri. Ma prima muoiono gli operai e i loro familiari. Questa riflessione è utile anche rispetto a Taranto: che siano direttamente i lavoratori a prendere in mano la lotta per la salute, perchè se questa si lascia in mano ad altri è evidente che viene fuori uno scontro e lo scontro è utile solo al padrone”.