Il comunicato inizia con alcune parole d’ordine “Fuori dalla Nato e da tutte le alleanze imperialiste! Fermare la guerra subito! Pane, pace e libertà per i lavoratori e i popoli!”. Dopo aver denunciato l’accentuarsi delle contraddizioni inter-imperialistiche, il ruolo della Nato e il tentativo in atto di ridefinirne i caratteri in funzione del confronto, oltre che con la Russia, anche con la Cina, il comunicato invita a promuovere e sostenere tutte le mobilitazioni che vadano nel senso indicato dalle parole d’ordine esposte. Il comunicato termina con i seguenti passaggi: “Contro il militarismo e lo sciovinismo, alziamo la bandiera della solidarietà internazionale tra gli operai e i popoli oppressi di tutti i paesi, la bandiera della fratellanza dei popoli. Il capitalismo e l’imperialismo significano guerra, sfruttamento, oppressione e miseria; solo la rivoluzione e il socialismo porteranno pace, benessere e libertà per i lavoratori e i popoli!”

 

Questa impostazione riproduce un difetto classico delle forze marxiste-leniniste della fine degli anni Cinquanta e dell’inizio degli anni Sessanta, sia di quelle allora presenti su scala nazionale, sia di molte altre forze operanti su scala internazionale. Forze che, nella maggior parte dei casi, erano il prodotto dell’affermarsi della linea di destra, successivamente caratterizzata dal revisionismo moderno, in una serie di partiti comunisti nel mondo durante gli anni della II guerra mondiale o in quelli immediatamente successivi.

Questo difetto in sostanza risiedeva nella regressione ad una forma di “marxismo-leninismo” di tipo riformista e massimalista caratterizzata da un’interpretazione di destra dell’impostazione del VII Congresso e dalla negazione della Linea della Rivoluzione di Democrazia Popolare.

Da una parte cioè l’enunciazione di obiettivi parziali per la lotta immediata, dall’altra la propaganda del programma massimo del socialismo, con la conseguenza che la strategia per il socialismo finiva per venire identificata con una progressiva crescita del consenso politico ed elettorale, con la costruzione di sempre più vaste organizzazioni sindacali e di massa e con una visione gradualistica della radicalizzazione dello scontro economico e politico sino ad un’insurrezione concepita sulla base del modello dell’Ottobre del 1917.

 

Eppure il VII Congresso dell’Internazionale Comunista e la relativa lotta per una rivoluzione di democrazia popolare, come in effetti si svilupperà negli anni successi in vari paesi dei Balcani e dell’Europa Orientale, ponevano al centro altre questioni come quella del programma per la democrazia popolare, del fronte antifascista e di una nuova concezione della “rivoluzione ininterrotta” secondo una linea già embrionalmente

posta da Lenin dopo la rivoluzione del 1905, ossia quella del nesso tra rivoluzione democratica e rivoluzione socialista (si veda la breve introduzione di Stalin alla pubblicazione delle sue opere).

 

Si tratta di sviluppi della teoria marxista che avvennero in stretto rapporto con lo sviluppo della pratica rivoluzionaria, con lo sviluppo della lotta contro il nazifascismo, con la costruzione delle forze partigiane e con il passaggio, in una serie di paesi, alla costruzione dell’esercito di liberazione come base e fondamento del nuovo potere popolare[1]. Questi sviluppi, a partire dal VII Congresso, trovarono la propria forma più elevata e completa nell’elaborazione di Mao durante la rivoluzione cinese. Qui la teoria del fronte, dell’esercito e, in stretta connessione con essa, del partito, ebbero importanti sistematizzazioni. In questo quadro venne anche definita, per la prima volta nella storia del MCI, una teoria militare del proletariato, armonica e assai dettagliata.

 

Alla fine degli anni Cinquanta e all’inizio degli anni Sessanta, le varie forze marxiste-leniniste presenti nel mondo si sono trovate di fronte al problema di doversi confrontare costruttivamente con la grande battaglia contro il revisionismo moderno, aperta nel Movimento Comunista Internazionale da Mao e dal Partito Comunista Cinese. In vari paesi questo confronto ha portato alla formazione di partiti marxisti-leninisti che si richiamavano, oltre al marxismo-leninismo, anche al Pensiero di Mao. Altre forze marxiste-leniniste hanno preso invece come esempio la rivoluzione cubana e con essa, soprattutto in America Latina, hanno a volte assunto il fuochismo come base della propria strategia, opponendosi in tali scelte alla teoria maoista della guerra popolare e della rivoluzione di Nuova Democrazia e combinandosi variamente con il trotskijsmo. In altri paesi, infine, i partiti marxisti-leninisti sono diventati organicamente revisionisti e hanno iniziato ad operare come agenti del socialimperialismo russo.

Negli anni successivi alcuni partiti marxisti-leninisti che si richiamavano al pensiero di Mao, in particolare sotto l’influenza della Grande Rivoluzione Culturale Proletaria, hanno di fatto assunto la validità universale del maoismo intesa come terza tappa del marxismo.

Alcuni partiti hanno però iniziato ad opporsi a tutto questo, hanno incominciato a contrapporre, contro ogni logica ed evidenza storica, Mao a Stalin e hanno iniziato a fare riferimento a Enver Hoxa. In questo modo si è avuto un ulteriore passaggio regressivo, che ha riportato in primo piano l’interpretazione di destra, riformista, economicista e massimalista del marxismo-leninismo.

 

La guerra inter-imperialista è probabilmente già iniziata su scala planetaria. A tutto questo si accompagna la fascistizzazione crescente degli Stati che procede, dunque, in primo luogo a partire dallo smantellamento dell’ordinamento repubblicano-parlamentare, a favore di uno stato oligarchico corporativo al servizio dei grandi monopoli pubblici e privati legati all’apparato statale e militare.

 

In questo quadro è decisivo collegare la lotta contro la guerra inter-imperialistica con quella contro la fascistizzazione dello Stato. Assume quindi particolare importanza la questione della lotta per un programma democratico rivoluzionario capace di rappresentare nel loro complesso le esigenze politiche ed economiche fondamentali delle masse popolari. L’idea che non si possa lottare, se non per rivendicazioni parziali senza un centro politico e di prospettiva unificante, è completamente sbagliata. Eppure quest’idea è quella che sta al centro del comunicato di queste forze marxiste-leniniste internazionali e italiane.

 

È necessario collegare la lotta per l’uscita dell’Italia dalla guerra inter-imperialista, per l’uscita dalla Nato e

dall’UE imperialista e guerrafondaia alla lotta per la difesa degli interessi economici delle masse e quindi per una Democrazia Popolare e per una Nuova Resistenza.

La più ampia, diffusa e articolata propaganda e agitazione in questa direzione è un compito politico centrale e immediato. Oggi la lotta politica contro la guerra inter-imperialista consiste nell’organizzare settori avanzati di proletari e di giovani in funzione di questo lavoro di propaganda che, appena è possibile, deve tradursi in costruzione di organismi (comitati, circoli ecc.) capaci di organizzare, su tale base, forme pubbliche di mobilitazione e di protesta.

È necessario elevare la coscienza di classe e costruire organizzazione in funzione della propaganda del programma di democrazia popolare, per l’accumulazione delle forze e per prime forme di mobilitazione sulla base di un’impostazione corretta della lotta contro la guerra interimperialista, l’imperialismo italiano e il fascismo.

 

Comitato per la democrazia popolare

comitatoperlademocraziapopolare@protonmail.com 

[1] Si vedano anche Storia del Partito del Lavoro d’Albania e Storia del Partito Comunista Bulgaro (Teti ed.) [il primo reperibile sul web].

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *