La questione del “No ai vaccini” e del “No al Green pass” è fondamentalmente una questione politica. La sostanza è che i “vaccini” ed il “Green pass” vengono utilizzati demagogicamente per alimentare il populismo e il sovranismo.

La crisi pandemica ha accentuato i fenomeni relativi alla crisi economica, istituzionale ed egemonica senza che tutto questo trovasse delle forze politiche coerentemente comuniste capaci di trasformare questa situazione in iniziativa e lotta politica di massa. Al massimo ci si è affidati alle lotte economiche, al sindacalismo alternativo e alle iniziative dei lavoratori della logistica. Lo sciopero dell’11 ottobre scorso, politicamente disastroso per il suo carattere  interclassista, evidenzia bene a cosa abbia portato l’assenza di un programma capace di collegare le crescenti contraddizioni, che si evidenziano nella fase attuale, all’iniziativa per il processo costituente di un nuovo Stato democratico, popolare e antifascista.

La crisi, che progredisce oggi su tutti i piani, è diventata quella che Gramsci definiva “crisi egemonica”. Le forze politiche di potere ne vengono in parte macinate, come il M5S, ed in parte usufruiscono di significativi consensi nel momento in cui radicalizzano le proprie posizioni in chiave “anti-sistema”. Il dato comunque più rilevante è quello che vede strati crescenti di ceti medi colpiti dalla crisi, aristocrazia operaia e dei servizi e piccola borghesia privilegiata, staccarsi dalle istituzioni costituzionali repubblicane e ricercare nuove vie d’uscita dalla situazione, rendendosi così disponibili per forme di regime più apertamente e nettamente corporative e reazionarie. In questo senso va letto l’astensionismo alle ultime amministrative, confermato e accentuato dagli esiti dei ballottaggi. È un quadro questo, dove i ceti medi scendono in piazza con proteste apparentemente confuse ma di segno politico inequivocabile, esercitando potere di attrazione su settori della piccola borghesia impoverita appartenenti alle masse popolari e sullo stesso proletariato. Quest’ultimo, quando non è direttamente coinvolto o non vuole farsi coinvolgere, ne risulta però ampiamente “neutralizzato”, ridotto alla passività politica e, sostanzialmente, alla coda del ribellismo protestatario “antisistema”.

La grande borghesia italiana (e non solo, dato che qualcosa di simile sta accadendo anche in altri paesi) di fronte a questo scenario gioca abilmente su due tavoli. 

Si può oggi individuare questa borghesia nel grande capitale finanziario-industriale, fuso con le rendite vecchie e nuove, incentrato sui monopoli pubblici e privati, banche, assicurazioni, medie e grandi imprese industriali e commerciali, imprese di servizi, enti ed amministrazioni (telefonia, telecomunicazioni, poste, istituti assicurativi come INPS e INAIL, municipalizzate, aziende sanitarie, trasporti, ecc.). Una sua caratteristica centrale è lo stretto legame con gli apparati amministrativi, polizieschi e militari dello Stato. Si può, da questo punto di vista, parlare di Capitalismo Monopolistico di Stato, tenendo però presente che comprende anche tutte le organizzazioni monopolistiche private, a loro volta variamente collegate con il capitale internazionale di altri paesi dell’area occidentale.

La grande borghesia esercita il dominio sul piano economico, politico e militare. Usa e promuove le forze politiche di potere così come altri importanti organismi della società civile reazionaria (Chiesa, sindacati confederali, istituzioni accademiche, centri culturali, mass media ecc.), al fine di ottenere da loro una sufficiente capacità di costruzione del consenso a livello di massa. In una situazione di crisi egemonica, mentre da un lato conferma e “spreme” la prezzolata classe di governo, logorandola sempre più velocemente con le misure antipopolari che le impone di prendere, dall’altro si pone il problema di fondo di anticipare, prevenire e contrastare qualsiasi sviluppo reale e significativo della lotta politica del proletariato e delle masse popolari. A tale scopo, dà impulso e fomenta sempre più il ribellismo reazionario, eversivo ed “antisistema”, come perverso sostituto della tendenza alla rivoluzione proletaria.

Ecco perché diciamo che la questione dei movimenti “No Pass” e “No Green Pass” è fondamentalmente politica. Essa si muove lungo direttrici strategiche indicate e imposte dal grande capitale che, a tale scopo, si lega ai settori dei ceti medi, in sé irrimediabilmente reazionari, che si mettono in movimento quando sono colpiti nei propri privilegi dalla crisi. Direttrici dunque pienamente complementari a quelle del governo Draghi e dell’azione di forze come il PD o la stessa CGIL (come abbiamo evidenziato nell’articolo sull’assalto fascista del 9 ottobre alla sede nazionale di questo sindacato).

La forma assunta oggi da questo movimentismo reazionario, se considerata rispetto ai fenomeni di superficie, è oggi quella del populismo antisistema, di una confusa ammucchiata ribellistica (vedi molte manifestazioni relative allo sciopero generale del sindacalismo di base dell’11 ottobre scorso), che va dai No Vax fascio-populisti strettamente connessi alle organizzazioni fasciste semi-militarizzate, ai sindacati alternativi (USB in testa) e a varie forze “populiste di sinistra” movimentiste o partitiste, spesso apertamente anche “sovraniste di sinistra” (si veda l’ormai palese ruolo del Partito di Rizzo, del PCI o di altri gruppi “m-l” provenienti dalla decomposizione del PRC), sino a vari gruppi anarchici.

In questo modo il movimento, oltre a mescolare sul piano populista e interclassista interessi di classe antagonistici tra loro, riesce allo stato attuale anche ad attirare tutti quelli che in buona fede, per un motivo o per l’altro, sono contro i vaccini o il Green pass perché individuano singoli aspetti effettivamente problematici a cui vogliono opporsi (si pensi solo alle perduranti problematiche, presentate dai pur necessari vaccini, relative al rafforzamento oggettivo del controllo sociale determinato da misure come quelle del Green pass, che risultano anche sperimentali ai fini di ulteriori forme di disciplinamento sociale).

I movimenti No Vax e No Green pass assumono quindi, come all’inizio ogni nuovo movimento populista e come nei primi anni Venti lo stesso partito mussoliniano, l’apparenza di essere portatori di esigenze generali che una ristretta cupola di potere vuole violare o ignorare per i propri interessi privati. Come abbiamo visto si tratta di movimenti che sorgono necessariamente sul terreno della crisi e della decomposizione degli istituti costituzionali parlamentari e che non possono che lavorare soggettivamente e oggettivamente per una drastica riforma, in senso più apertamente corporativo e dittatoriale, delle attuali forme relative alle istituzioni costituzionali in disfacimento.

Risulta quindi decisiva un’opposizione precisa ai movimenti No Green pass, che deve affermare in primo luogo la necessità di misure immediate (lotta per i tamponi gratuiti per tutti a carico dei padroni, delle amministrazioni e dello Stato, difesa della salute dei lavoratori, diritto  di scelta nel  caso  lo si ritenga utile al fine della salvaguardia della propria salute) . Accanto a questa rivendicazione va sviluppata la lotta ideologica, politica e sindacale, anche sul piano organizzativo affinché, comunque, risulti o vaccinato o sottoposto a tampone chiunque voglia entrare in un posto di lavoro, in un ufficio, in una scuola, in un centro commerciale, insomma in un luogo aperto al pubblico. Questo programma di lotta va coniugato con la difesa dei singoli lavoratori rispetto all’eventuale licenziamento per mancato possesso del Green pass, solo se tali lavoratori richiedono esplicitamente di avere a disposizione  tamponi gratuiti per i necessari controlli.

Detto questo, ad un problema politico si deve rispondere sul piano politico. Quindi, vanno adeguatamente combattuti tutti quei soggetti politici e sindacali che non pongono al centro la discriminante antifascista, ossia la separazione dai populisti, dai sovranisti e dai No Vax, per l’occasione diventati No Green pass. Questa discriminante deve essere reale e conseguente, non come quella delle manifestazioni della CGIL dopo l’assalto fascista alla  propria sede nazionale. Questo significa denunciare che il fascismo è insito nel grande capitale e nel capitalismo monopolistico di Stato e che oggi avanza contemporaneamente su più piani. Non si può quindi non sottolineare come la stessa CGIL, colpendo interessi e diritti dei lavoratori e distruggendone forme di aggregazione solidale e di coscienza di classe embrionale, contribuisca ed insieme spiani la strada al fascismo.

Se questa è la situazione, la bandiera dell’antifascismo oggi è quella della lotta contro questo Stato decrepito e reazionario, per un nuovo tipo di Stato democratico popolare e ad egemonia proletaria. Solo questo stato può risolvere il problema della sanità pubblica, può costruire un vero stato sociale e può introdurre una drastica patrimoniale, può realmente vietare i licenziamenti e le delocalizzazioni, dare un lavoro a tutti e permettere a tutti di vivere in condizioni dignitose. Per fare tutto questo, occorre che il proletariato abbia nelle proprie mani un potere politico reale perché fondato su nuove istituzioni democratiche ed educative e su un adeguato esercito popolare antifascista.