Le tesi sulla pandemia del gruppo politico Proletari Comunisti, da decenni impegnato in Italia per la costruzione di  un partito maoista, provegono integralmente dagli ecosocialisti. Questi ultimi però non sono ovviamente marxisti-leninisti e maoisti, ma ecologisti, trotskijsti e socialdemocratici. In particolare, sono state riprese da Rob Wallace, che non ha perso occasione negli ultimi anni per sostenere che tutte le epidemie provengono dalla Cina ( si veda Big Farms Make Big Flu: Dispatches on Infectious Disease, Agribusiness and the Nature of Science). Questo, in singolare sintonia con le tesi dell’imperialismo USA e di quello occidentale dato che quelle della Cina sono diametralmente opposte ed attribuiscono l’origine della pandemia agli USA. D’altronde è l’imperialismo americano che permette a Wallace di gestire un’apposita equipe per le sue ricerche, di  operare con progetti delle organizzazioni no profit, di usufruire di contratti oltre che con le università americane anche con il “Centers for Disease Control and Prevention” e con l’’“United Nation’s Food and Agriculture Organization”.  Proletari Comunisti, riprendendo anche il saggio “Guerra di classe microbiologica in Cina” del circolo “Chuang, un gruppo di intellettuali anarco-comunisti cinese, dedicato in gran parte alle tesi di Rob Wallace, e dando sistematicamente risalto a quest’ultimo con la pubblicazione di suoi articoli e interventi, ha portato avanti l’iniziativa politica relativa alla pandemia, sulla base delle posizioni degli ecosocialisti. Ad esse ha dedictato anche  un intero numero del  suo giornale (il n.11 di proletari comunisti). L’ultima uscita sul tema di Proletari Comunisti è la pubblicazione di un’intervista di Mike Pappas, Tre Kwon e Cliff Willmeng (dirigenti della “Corrente Rivoluzionaria Internazionale dei Lavoratori” per l’occasione presentati come “operatori sanitari”) a Rob Wallace. L’intervista si intitola “Capitalism Breeds Pathogens: An Interview with Epidemiologist Rob Wallace”. Proletari comunisti l’ha ripresa dal sito trotskijsta “Left Voice”. Da notare come tale sito, pochi giorni prima proponeva l’articolo “Who Was Abimael Guzmán, the Founder of the Shining Path Party in Peru?”, (https://www.leftvoice.org/ del 25/09) in cui si sosteneva che Gonzalo è “responsabile della morte di 35.000 persone uccise in attentati terroristici contro la popolazione”. Ovviamente, Proletari Comunisti non condivide queste posizioni, ma intanto legittima di fatto le forze che le sostengono.

Entriamo ora nel merito dell’intervista a Rob Wallace (pubblicata sul sito di Proletari comunisti il 17/10 sotto la rubrica “politica proletaria”).

Rob Wallace si presenta come un ecosocialista, qualche volta anche come un marxista e quasi sempre come un “anticapitalista”. Nella sua intervista, pensa che però sia necessario chiarire subito che “anticapitalista” non significa essere “comunista”, ma invece porre al centro il problema del potere decisionale delle comunità locali: “Possiamo parlare della differenza tra i paesi capitalisti e gli altri; dovremo farlo a tempo debito. Ma non è solo questo. Un governo dovrebbe dire: ‘Sai che c’è? La nostra ragion d’essere è aiutare la popolazione con i beni comuni e soddisfare i bisogni delle persone, che dobbiamo evidentemente rappresentare, quale che sia il modello di governance’.”…“Questo aspetto del controllo locale è incredibilmente importante. E non importa quale modello si intenda adottare – anarchico, socialista o comunista, imperniato sulla pianificazione centrale. Ciò significa intervenire, dire che non si può più fare agricoltura a questo modo, dobbiamo farlo in un modo nuovo, che promuova la salute rurale a livello individuale e comunitario. Dobbiamo restituire alle persone la capacità di controllare le cose”.

Wallace accusa la burocrazia statale cinese, che considera comunque appartenente a uno Stato socialista, di aver ignorato le esigenze delle “comunità locali” e di aver “eroso le foreste”, favorendo l’emergere dei patogeni. In questo modo la Cina, prendendo decisioni di politica economica che propagano i virus su scala globale, si sarebbe comportata, sempre secondo Wallace, come le multinazionali.

Rispetto alla Cina, afferma nell’intervista: “per lo più i cinesi hanno deciso di basarsi sull’autosfruttamento delle proprie risorse per lo sviluppo economico, piuttosto che seguire il modello coloniale tradizionale del Nord globale, che semplicemente sfrutta il Sud globale. Così facendo, i cinesi hanno eroso la loro stessa foresta, come è successo con ebola in Africa. Hai l’erosione dell’ultima delle foreste causata dall’allevamento di bestiame tradizionale, ma c’è anche un altro settore, che non interessa solo la Cina, ed è il settore in crescita del cibo selvatico: il pangolino, lo zibetto e simili, che vengono sempre più trattati come bestiame tradizionale – è un cibo sempre più integrato nell’economia alimentare capitalista”.

Rispetto alle multinazionali: “Per tornare al NAFTA, in questo caso l’accordo ha permesso di abbattere le barriere permettendo alle multinazionali di entrare; ma sono così entrate anche le varie influenze, che si sono tra loro ricombinate fino all’emersione nel 2009 di un nuovo agente patogeno nei dintorni di Città del Messico – patogeno che ha poi cominciato a passare da uomo a uomo causando una pandemia”.

Si tratta di tesi di evidente matrice “no global” a cui trotskijsti ecosocialisti danno una riverniciatura marxista. Le piccole comunità, ma a volte persino intere nazioni, vengono idealizzate. Si nascondono gli effettivi rapporti economici che le caratterizzano e che ancora oggi, in Africa, America Centrale e Latina, sono di natura semi-feudale, pienamente funzionali agli interessi dell’imperialismo e del socialimperialismo.

 Si critica la Cina odierna, definita comunque socialista, perché lo sviluppo economico avrebbe sconvolto i precedenti assetti agricoli. Allo stesso modo Wallace potrebbe criticare la Cina di Mao che, ovviamente, ha dato un notevole impulso allo sviluppo dell’agricoltura e provveduto alla costruzione di industrie, strade, dighe, ponti, ferrovie, aeroporti, modificando inevitabilmente i precedenti assetti comunitari semi-feudali vecchi di secoli.

Dall’altro lato, rispetto all’operato delle multinazionali, le si accusa di penetrare nello spazio economico dei piccoli stati. Stupidaggine ripetuta infinite volte dai no global, che occultano il fatto che i “piccoli Stati”, per es. dell’Africa, dell’America Centrale e di quella Latina, sono sotto l’oppressione dell’imperialismo da più di un secolo. Oggi però questa stupidaggine, guarda caso, si fonde bene con il sovranismo di sinistra.

Così come risultano addirittura appartenenti al filone rosso-bruno altri passaggi dell’intervista a Wallace dove quest’ultimo afferma: “E c’è un’interfaccia crescente tra le persone del posto assunte da aziende nazionali e multinazionali per aiutare a gestire queste piantagioni. E anche per via della proletarizzazione in atto, si tratta di persone che non riescono a pagare tutte le bollette. Molti sono emigrati verso i capoluoghi regionali, da cui ritornano durante il periodo vegetativo; ed ecco qui il cerchio, il ciclo, per così dire. … Qualsiasi agente patogeno, o ebola, che faccia il salto dai pipistrelli o dagli insetti attecchisce sui lavoratori locali addetti al bestiame o alle piantagioni, o sui taglialegna, o sui minatori, e quei lavoratori poi emigrano nelle città”.

Il “marxista” Wallace non ha idea della differenza e della contraddizione tra valore d’uso e valore di scambio, produzione e valorizzazione, sviluppo delle forze produttive e rapporti di produzione, sviluppo della produttività ed intensificazione della circolazione dei prodotti di scala internazionale e dominio della forma capitalistica. Per lui questi termini opposti si identificano tra loro. Di conseguenza, non ha la minima idea di come lo sviluppo dell’industria, della produttività e della velocità della circolazione dei prodotti sia una base essenziale e primaria per il socialismo. Si capisce così come l’idealizzazione, sul piano politico ed economico, delle piccole comunità non sia solo riferita al passato, ma anche al futuro e come, di conseguenza, il suo ideale di società alternativa sia un socialismo comunitario reazionario. Nell’articolo “Covid-19 e i circuiti del capitale” (https://www.infoaut.org/global-crisis/covid-19-e-i-circuiti-del-capitale), Wallace, citando la “storica Donna Haraway”, ripropone la tesi della lotta contro i totalitarismi all’interno dei quali, com’ è noto, gli ecosocialisti collocano l’esperienza della costruzione del socialismo in Russia con Stalin e, appena possono, anche quella della Cina maoista. Wallace afferma: “possiamo disinnescare la bomba in tempo?” – la disalienazione deve smantellare queste molteplici gerarchie di oppressione e le modalità specifiche locali che interagiscono con l’accumulazione. In questo modo, dobbiamo uscire dalle espansive riappropriazioni del capitale attraverso materialismi produttivi, sociali e simbolici. Cioè, uscire da ciò che si riassume nel totalitarismo”.

Va poi notato come nell’intervista Wallace si rimangi alcune sue recenti tesi centrali sull’origine del Sars-CoV 2, come quella che colloca senza esitazione la sua origine nel mercato del pesce di Wuhan. Ma nel far questo procede in senso persino peggiorativo, aprendo ulteriormente le porte alle teorie dell’imperialismo americano: Vorrei però dire che potrebbe essere accaduto. Nel 2013, un gruppo dell’Università di Princeton ha pubblicato un rapporto secondo cui, dopo l’H5N1 e dopo l’11 settembre, i paesi di tutto il mondo hanno iniziato a costruire laboratori di biosicurezza con livelli di biosicurezza (BSL) 3 e 4, dove vengono gestiti i patogeni peggiori, i più pericolosi. Sono stati costruiti a migliaia in tutto il mondo. Una perdita di laboratorio è rara, ma se un evento raro ha sufficienti possibilità di manifestarsi, esso inclina verso l’inevitabile, tanto che si tratta di un’ipotesi ancora sul tavolo. Insomma, ci son voluti 15 anni per capire come è emersa la SARS-1, non basteranno 19 mesi per capire come è emersa la SARS 2; quindi entrambe le opzioni sono possibili, anche se sono più incline a sostenere la teoria dell’origine ambientale della pandemia, alla luce delle possibilità che i coronavirus hanno di fare esperimenti con il sistema immunitario umano”.

Troviamo poco giustificabile il fatto che Proletari Comunisti continui a condividere le teorie dell’ecosocialismo ed a presentare la loro diffusione tra i lavoratori come “formazione teorica marxista”. La storia di Proletari Comunisti  le trova le sue radici nella campagna di rettifica di Servire il Popolo nei primi anni Settanta, con la successiva adesione alla svolta negriana del PC(M-L)I-Voce Operaia. Prosegue con Agit-Prop e l’esplicitazione del distacco dal marxismo-leninismo, per continuare con la successiva svolta maoista dei primi anni Ottanta e l’assunzione della denominazione “Rossoperaio”. Successivamente, ha assunto il nome di “Proletari Comunisti” e di “Partito comunista maoista italiano”.  Accanto a vari pregi, il difetto essenziale di questo gruppo è di essere ancora privo di un programma e di tesi ben definite, con la conseguenza di proporre categorie interessanti (come per es. il concetto di “fascismo moderno”) a cui poi dà varie interpretazioni diverse e discordanti tra loro. Il sito di Proletari Comunisti (https://proletaricomunisti.blogspot.com) rispecchia bene, nel bene e nel male, quella che è la sua elaborazione e la sua prassi. Una raccolta di fatti, eventi e prese di posizione che praticamente coprono tutte le questioni principali e tutti i versanti dell’iniziativa politica e teorica. Il limite che però si incontra è che tale varietà è persino eccessiva  dal momento che rischia di cadere in una singolare eterogeneità.

Non possiamo, in sintesi, che augurarci che Proletari Comunisti che, a partire dalla formazione del Movimento rivoluzionario Internazionalista nel 1984, ha sempre svolto in Italia un importante lavoro di sostegno delle guerre popolari e in funzione della costruzione di una nuova internazionale comunista ad indirizzo maoista, riveda l’impostazione della sua pubblicistica e assuma una posizione pienamente corrispondente alla necessità di superare le grandi difficoltà soggettive che si oppongono in Italia, come negli altri paesi imperialisti, alla costruzione  di partiti effettivamente maoisti.