Che lo sciopero dell’11 ottobre tra i tanti obiettivi, sui quali entreremo nel merito con una successiva presa di posizione, veda la presenza in primo piano anche  della parola d’ordine del “No al Green Pass”, evidenzia l’inconsistenza della pretesa di poterne parlare come di uno sciopero sindacale di classe e quindi  come di un effettivo atto di rottura con il clima politico e sociale dominante e di apertura di una controtendenza.

Infatti tale parola d’ordine, come d’altronde conseguentemente motivata, contiene implicitamente la legittimazione del diritto individuale alla scelta di fronte all’ipotesi della somministrazione del vaccino anti-Covid. Se si afferma tale diritto si accetta anche la possibilità che il rifiuto del vaccino sia fondato su basi ideologiche e politiche contrapposte agli interessi del proletariato e delle masse popolari. In altri termini con questo “sciopero generale” da un lato  si evita volutamente di delimitarsi dal sufficientemente diffuso movimento No Vax  ampiamente egemonizzato dal fascio-populismo e dall’altro lato si evita anche di operare per separare da tale movimento le componenti proletarie e popolari scindendole da quelle legate agli interessi dell’aristocrazia operaia e dei servizi e della piccola borghesia privilegiata colpita dalla crisi. Il tutto con una conseguente sudditanza di fatto.

In questo modo si può inquadrare meglio la questione della valutazione dello stesso sciopero generale dell’11 ottobre. Non è uno sciopero di classe perché non si delimita politicamente, ideologicamente e quindi sul piano dei rapporti effettivi di classe, dalle tendenze del populismo di sinistra e del sovranismo di sinistra che  introducono a piene mani il veleno delle posizioni No Vax, del populismo e del nazionalismo tra il proletariato e le masse popolari diventano così l’ala sinistra della generale tendenza al fascismo.

D’altronde uno sciopero che vede la centralità di forze come USB che già ha dato infinite prove di corporativismo sindacale e del cosiddetto fronte unito di classe del SI Cobas che nella migliore tradizione troskijsta non fa altro che riproporre in senso vuotamente radicale e formalmente combattivo rivendicazioni velleitariamente riformiste, non può certo essere un segno di una ripresa di una tendenza effettivamente proletaria e di classe.

Il problema di fondo infatti si presenta in questi termini: lo sciopero  generale dell’11 ottobre è un passaggio della costituzione di un blocco proletario capace di esercitare un’egemonia su altri strati popolari oppure è un movimento ideologicamente interclassista e confusamente economicista destinato in prospettiva, almeno in parte, a fornire forze supplementari alla crescente mobilitazione reazionaria di massa che si accompagna alla dissoluzione degli ordinamenti repubblicani ed alla conseguente crisi egemonica ?

I dati relativi ad un’analisi obiettiva adeguatamente depurata da facili e superficiali trionfalismi portano a sostenere quest’ultima possibilità come d’altronde insegna la storia del movimento anarchico sindacale alternativo i cui quadri più rilevanti non a caso confluirono nel fascismo  visto allora da tali tendenze come un movimento di massa rivoluzionario di carattere eversivo.