Il fenomeno più eclatante relativo agli esiti delle amministrative di ottobre è quello dell’astensionismo. Gli altri dati sono politicamente secondari e generalmente già ampiamente rilevati. L’astensionismo va considerato in generale solo parzialmente, ed oggi solo apparentemente, come una forma di passività politica. Cosa rivelata  anche dal fatto che in questi decenni ci  sono stati momenti di ripresa anche rilevanti della partecipazione alle tornate elettorali. In ogni caso, questa risulta essere una tendenza mediamente in atto che evidenzia il crescente disfacimento e la decomposizione dell’attuale ordinamento “democratico-repubblicano”. Parte integrante e centrale di questa dinamica è data dalla crisi egemonica ossia da quella che può essere definita una sfiducia diffusa e un distacco crescente dalle forze politiche di potere e dalle attuali istituzioni rappresentative. In termini di rapporti di classe, questo è da un lato espressione spontanea dell’atteggiamento del proletariato e delle masse piccolo-borghesi impoverite e, dall’altro, manifestazione ben più consapevole, organizzata e direttamente collegata con i settori portanti del grande capitale finanziario dei cosiddetti ceti medi privilegiati, oggi colpiti dalla crisi nei propri interessi e privilegi e alla ricerca di una diversa rappresentanza politica e istituzionale. Poiché, per quanto attiene al proletariato e alle masse popolari impoverite, la “spontaneità” risulta oggi sostanzialmente sganciata da una dinamica di soggettivazione politica e quindi, concretamente, dall’iniziativa politica di una forza realmente comunista,  la risultante è che l’egemonia su tale “spontaneità” è data dai settori dei ceti medi privilegiati colpiti dalla crisi  asserviti nel senso più regressivo alle attuali scelte strategiche del capitale finanziario, quest’ultimo indissolubilmente legato a quello monopolistico di Stato, pubblico e privato.  Esultare dunque per gli esiti delle amministrative o valutarle come  segno di una presunta controtendenza in atto è quindi non solo segno di miopia, ma espressione della precisa volontà politica di non arrivare a una radicale messa in discussione di un sistema politico e statale decrepito, ma di volerne perpetuare l’esistenza favorendone così il suo conseguente, e allo stato attuale apparentemente inevitabile, sbocco in una sorta di regime più apertamente fascista-corporativo.

Infatti, il disfacimento dell’ordinamento repubblicano, la crisi egemonica e l’operato delle varie forze politiche di potere con il relativo succedersi dei governi di centro-sinistra, di centro-destra o di “unità nazionale”, sono in realtà parte di un unico processo complessivo. Tale processo è oggi caratterizzato dall’offensiva dispiegata, sul piano economico e politico, contro il proletariato e le masse popolari; dalla corporativizzazione dello Stato, con un ruolo oggi centrale del PD  e ormai più residuale del M5S, evidenziata dal ruolo di militari ed esperti, oltre che dagli stretti nessi con i sindacati confederali e con le istituzioni religiose; dalla crescente repressione e dalla parallela alimentazione di quei confusi e ambigui movimenti di massa (vedi “no vax”) potenzialmente in grado di favorire l’espansione delle forze di estrema destra, da sempre preziose riserve  politico-militari dell’apparato poliziesco dello Stato borghese; dal tentativo di dar vita a una forza politica stabile fascio-populista, come sintesi di quelle che, attualmente, concorrono per tale ruolo (dalla Lega a “Fratelli d’Italia”).

In questo quadro, la sinistra radicale e gran parte dell’estrema sinistra oscillano, con delle ibridazioni tragico-comiche, tra il movimentismo  e il sovranismo di sinistra. Nel primo  caso  se individuano anche correttamente la pericolosità  del fascio-populismo, perdono  però di vista del tutto il processo di corporativizzazione dello Stato (e le forze che hanno in esso un ruolo centrale come il PD o il M5S, ecc.), finendo per diventare l’estrema ala sinistra di quest’ultimo,  nel  secondo caso, aprendo di  fatto le porte al nazionalismo e al rosso-brunismo.

Una forza realmente comunista oggi si può costruire solo sulla base dell’ideologia e della teoria marxista-leninista-maoista, tenendo conto che l’effettiva discriminante operante politicamente è data dal maoismo. Questo significa anche promuovere oggi un’attività di propaganda/agitazione, di orientamento politico e di soggettivazione ideologica delle avanguardie di lotta e degli elementi più avanzati del proletariato, sulla base di una precisa linea di demarcazione  dal populismo di sinistra, dal sovranismo, dal movimentismo ‘riformista’ e ‘antagonista’ e dall’impostazione della questione sindacale, portata avanti dai due poli del “sindacalismo alternativo” rappresentati da USB e dal SI Cobas con il relativo “fronte unico di classe”.